Coming out a 30 anni

Dichiarare apertamente la propria sessualità non è mai una cosa semplice. E non c’è un’età giusta per farlo. Vediamo cosa comporta fare coming out a 30 anni.

Tra le cose più difficili da affrontare nel corso della propria vita c’è sicuramente quella di dichiarare apertamente di essere omosessuali. La sessualità e in particolare l’omosessualità, sono viste ancora oggi come dei tabù e questo fa sentire spesso le persone in difficoltà. Non è facile esporsi, non è facile parlare, spesso neanche con i propri genitori.

Prendere coscienza

La prima cosa importate è prendere coscienza di quello che si è e di come si vuole gestire la propria vita. I condizionamenti esterni sono all’ordine del giorno. E spesso, in casa, i ragazzi fanno domande mirate ai propri genitori per sondare il terreno. E cercare di capire se mamma e papà accetterebbero la loro omosessualità. Anche se sembra scontato affermare che i genitori dovrebbero amare i figli a prescindere dalla persona con la quale vanno a letto, nella realtà dei casi non è così. E non tutte le famiglie sono predisposte e pronte ad accettare l’eventuale omosessualità del proprio figlio o della propria figlia. Quando però si è certi del proprio orientamento sessuale, è importante lavorare su se stessi per accettarsi, questo è fondamentale. Se per primi noi ci sentiamo sbagliati non riusciremo mai a farci accettare e capire dal prossimo.

I condizionamenti esterni

Dopo aver preso coscienza di noi stessi solitamente condividere la nostra scelta con le persone più vicine sarebbe la cosa più naturale. Ma non sempre va così. Prima di approcciarci al prossimo e manifestare il nostro orientamento sessuale nella nostra testa si affollano mille dubbi. Ci accetteranno? Ci criticheranno? Continueranno a volerci bene? Ovviamente tutto questo non ci porta da nessuna parte e spesso è solo deleterio. È vero che spesso si ha paura di raccontare la verità perché poi bisogna prenderne atto. Una volta sputata fuori è alla luce del sole, lo sapranno tutti e ci potremmo sentire diversi anche se così non è. Il mondo fuori spesso non è pronto e pare che anche noi dobbiamo adeguarci a questo. Spesso così temporeggiamo. Evitiamo di raccontare la verità perché questa verità non riguarda solo noi ma anche le persone che ci stanno attorno. Come genitori, fratelli, cognati, nonni che, forse più di noi, dovranno rispondere a sguardi giudicanti che non fanno bene.


Le scelte

Secondo le statistiche i giovani, dopo aver scoperto la loro omosessualità cercano di nasconderla, se sono troppo giovani o non hanno le risorse per vivere, altrimenti, se riescono, vanno via di casa, magari cambiano anche città se vivono in piccoli borghi dove si conoscono tutti. Dichiararsi non è semplice e in certe fasi della vita troppo complicato e così si sceglie la fuga. Allontanandosi da tutto e tutti si pensa di riuscire a vivere la propria vita in pace e, raccontare qualche bugia ad amici e parenti circa il proprio stato sentimentale sembra aiutarci tanto, ci diciamo in cuor nostro, vivono lontani, non lo sapranno mai.  

Le bugie hanno le gambe corte

I vecchi detti non sbagliano (quasi) mai. Ora non vuol dire che mamma e papà ci sorprenderanno a letto con la nostra fidanzata perché hanno deciso di venirci a trovare senza preavviso ma, in questo caso, il peso del segreto diventa pesante. Dentro di noi si fa largo la voglia di volerlo condividere anche perché l’età avanza e non si ha più voglia di vivere di sotterfugi. Arriva per tutti il momento della verità, quello in cui dobbiamo guardarci allo specchio e fare i conti con quello che siamo e con quello che vogliamo essere. Non possiamo continuare a mentire e pertanto, arriva per tutti il momento di uscire allo scoperto.

L’età giusta

Ovviamente non esiste un momento preciso che vada bene per tutti per confessare la verità. Vale la regola dello stare bene, cioè, quando ci sentiamo pronti a raccontare il nostro segreto custodito per anni allora, quello per noi, per la nostra storia, per il nostro caso, è il momento giusto. Ci sono persone che arrivano a questa maturazione abbastanza presto, intorno ai venti anni, chi dopo, anche a trenta, trentacinque anni. L’età non conta, non è certo una discriminante ma è ovvio che, più in là si è con l’età più è facile parlare di certi temi.

Consapevolezza

Raccontare della propria omosessualità intorno ai trent’anni ci regala una dose di coraggio in più. Magari siamo già donne affermate nella carriera, abbiamo trovato il nostro posto nel mondo, il nostro lavoro, la nostra casa e vogliamo vivere la nostra vita. Per quanto amiamo il prossimo, e siamo legati ai nostri amici non ci serve più la loro approvazione. A trent’anni non abbiamo certo le insicurezze dei diciassette anni o la fragilità dei venti. Abbiamo aggiunto una nuova decina davanti allo zero e le questo ci trasporta in un mondo nuovo dove è il momento di pensare a noi stesse senza la paura di ferire gli altri o di essere emarginate. Ormai non ci interessa più. Vogliamo crescere.

Le reazioni degli altri

Non è mai facile accettare l’omosessualità di un figlio o di una figlia ed è forse per questo che non riusciamo subito a confidare il nostro segreto ai genitori ma, nel momento in cui lo facciamo ci sentiamo certamente più liberi. Le reazioni sono tante, dalla paura, al non sapere cosa fare anche se, in molti casi, i genitori stavano solo aspettando che la figlia si aprisse con loro per condividere il suo percorso di vita. Molte madri ammettano di aver avuto una sorta di shock iniziale ma di aver accettato subito la nuova situazione anche se non vedranno mai la giovane figlia in abito bianco.

Puoi farcela

Sentirti sbagliata non fa per te, non è giusto che tu lo faccia. Osa e trova il coraggio di raccontare la tua storia magari aprendoti prima con un terapeuta o con dei gruppi di sostegno. Intorno a trent’anni si riesce a parlare meglio e a confrontarsi così da poter trovare le parole migliori per raccontare situazioni ed emozioni nuove. Condividere ti aiuterà a vivere meglio riuscendo a trovare un nuovo equilibrio nella tua vita.     

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