Qipao: come indossare l’abito tradizionale cinese

Qipao: come indossare l’abito tradizionale cinese

Cos'è il qipao, la sua antichissima storia e come indossare l'abito tradizionale cinese.

-
27/10/2021

Simbolo di bellezza, sensualità ed eleganza, il qipao è l’abito tradizionale femminile cinese. Ha alle spalle una lunghissima storia e nel corso degli anni si è trasformato, cambiando ed evolvendosi. Quando si pensa all’abbigliamento cinese, quello che viene subito in mente è l’abito da donna, caratterizzato da sete floreali che richiamano l’Oriente, lunghi spacchi, colletto in stile coreano, bottoni e colori sgargianti.

Cos’è il qipao

Chiamato cheongsam in cantonese, il qipao è l’abito tradizionale sfoggiato dalle donne cinesi. Il vestito è restato fedele a sé stesso nel corso dei secoli, trasformandosi, ma restando unico e inimitabile. La sua nascita è legata a una leggenda antichissima. Si narra infatti che nei pressi del lago Jingbo viveva una giovane pescatrice di grande abilità, intelligenza e bellezza. Gli abiti larghi e lunghi che indossava però risultavano molto scomodi per la pesca, così pensò di cucirsi da sola un vestito che rendesse più agevole questa attività.


Leggi anche: Calendario cinese: quali sono i segni e come calcolarli

Per questo realizzò un vestito lungo, chiuso con una fila di bottoni, con profondi spacchi ai lati della donna per rimboccare la parte inferiore e rendere più facili i movimenti. La creazione consentì alla ragazza di pescare meglio e fu così soddisfacente che altre donne iniziarono a indossarla. Tutto cambiò quando un giovane imprenditore cinese sognò una notte suo padre defunto che gli diceva di raggiungere il lago Jingbo e incontrare una donna che sarebbe diventata sua moglie. L’uomo rimase sconvolto dal sogno e al suo risveglio iniziò a cercare la pescatrice. Quando la incontrò si innamorò di lei e la sposò, portandola a vivere a Corte. Tutte le donne manciù da allora iniziarono a sfoggiare lo stesso abbigliamento che in poco tempo si diffuse in tutta la Cina.

La storia dei qipao

Al di là delle leggende, il qipao affonda le sue radici fra i manciù, come dimostrano numerosi studi. Nonostante ciò alcune ricerche hanno dimostrato che già nella dinastia dei Zhou occidentali, circa 3000 anni fa, veniva indossato un abito tubolare fornito di collo e maniche, considerato l’antenato del qipao. Nel XVII secolo Nurhachi, proclamato imperatore della Manciuria, giunse a Pechino con le sue truppe e rovesciò la dinastia Ming. Infine fondò la dinastia Qing: all’epoca nei palazzi reali, uomini e donne indossavano tuniche di seta, larghe e dritte, dotate di maniche lunghe e collo alto, che arrivavano sino alla punta dei piedi. Si trattava dei primi modelli di qipao, concepiti all’inizio per dissimulare le curve femminili. Con il passare del tempo, questi vestiti sono diventati così in voga da sopravvivere alla dinastia Qing.


Potrebbe interessarti: Sposa cinese: tutte le usanze sul matrimonio

Dopo la fine dei Qing, il qipao visse un periodo di grande splendore. All’inizio degli anni Venti dello scorso secolo, a Shanghai divenne un abito molto popolare. A poco a poco si trasformò, accorciandosi e stringendosi, disegnando la silhouette femminile con eleganza e mettendo in risalto la bellezza orientale. I profondi spacchi laterali infatti accentuavano la sensualità. Per l’abbigliamento femminile fu una vera e propria rivoluzione.

Le donne cinesi infatti iniziarono a mostrare gambe e braccia, una cosa assolutamente impensabile sino a poco tempo prima per via delle durissime reazioni dei conservatori. Nei decenni a venire il qipao fu dunque l’abito più usato dalle donne cinesi. Con il tempo questo abito venne indossato da donne di età e classe sociale diversa. I toni scuri venivano scelti per circostanze formali, mentre quelli chiari per la quotidianità. Il rosso, colore simbolico per i cinesi, veniva invece scelto per il Capodanno e i matrimoni. Il periodo più difficile per questo abito venne vissuto negli anni Cinquanta, quando la sua popolarità iniziò a scontrarsi con la nuova realtà cinese, iniziando a rappresentare una ideologia passata.

Il qipao oggi

Dopo un periodo di decadenza, il qipao è tornato ad essere un abito molto in voga, diventando simbolo della bellezza ed eleganza cinese. Nel 1955, Jennifer Jones lo indossò nel film del 1955 intitolato L’amore è una cosa meravigliosa, mentre Nancy Kwanne lo scelse per Il mondo di SuzyWong del 1960. Questo abito è stato sfoggiato pure da Meggie Cheung nel lungometraggio In The Mood for Love del regista cinese Wong Kar-Wai e da Gong Li, attrice cinese che sceglie spesso questo look per il red carpet e gli eventi. Nel corso degli anni i grandi stilisti hanno reinterpretato il qipao. L’allacciatura laterale va dalla base del collo sino all’ascella. Il colletto è alto, stretto e piccolo, intorno al collo. Troviamo poi spacchi laterali e decori che variano in ogni modello.

Il significato dei colori in Cina

In Cina ogni colore ha un significato particolare. Il rosso ha una estrema importanza, in particolare durante il Capodanno. Simboleggia fortuna, ricchezza e felicità. Non a caso durante queste festività vendono regalate delle buste rosse (红包, hóng bāo). Il giallo (黄色) è il colore più bello e importante. Indica buon gusto, autorità e purezza. Può però indicare pure qualcosa di volgare. In Cina, ad esempio, i film “gialli” 黄片 (huáng piàn) sono pornografici. Il verde (绿色) rappresenta purezza, salute, affidabilità e sincerità, il viola (紫色) è associato a lusso, armonia e amore. Il blu (蓝色) incarna la primavera ed è di buon auspicio. Rappresenta longevità e fiducia ed è legato al concetto di femminilità (mentre in Occidente è un colore declinato al maschile).

Il bianco (白色) è simbolo di purezza, come in Occidente, ma è anche diametralmente opposto al rosso. Viene dunque usato per onorare i defunti e per le celebrazioni più felici. Il nero (黑色), opposto al bianco, compone Yin e Yang, ed è un colore con significati sia positivi che negativi. A differenza degli altri paesi, il nero non è legato alla morte per i cinesi, anche se può indicare a volte irregolarità e illegalità.

Valentina Vanzini
  • Scrittore e Blogger