Workaholism: donne dipendenti dal lavoro

Riempiono di lavoro anche le sere e i week end, si sentono in colpa se dedicano del tempo al relax, fino a trascurare se stesse e i propri affetti: chi sono le donne work-addicted

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Coniugare lavoro e vita privata: questo è il desiderio più comune per moltissime donne che lavorano. A volte però le difficoltà nel mantenere l’equilibrio tra la sfera privata e quella lavorativa non nascono da ostacoli reali, ma da una vera e propria condizione patologica: la dipendenza da lavoro, conosciuta come Workaholism.

Workaholism: definizioni e significati

Il termine workaholism nasce negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’70, grazie allo psicologo Wayne Edward Oates, che unisce le due parole inglesi work e alcoholism per descrivere una nuova forma di dipendenza connessa alle attività lavorative: il desiderio incontrollabile di lavorare continuamente.

Bryan Robinson
Bryan Robinson, Photo © Jon Michael Riley
Essere workaholic o work-addicted non significa infatti semplicemente lavorare tanto, al di fuori del normale orario di lavoro, ma sentire la necssità di impegnarsi continuamente per soddisfare un proprio bisogno, una spinta interna a fare sempre di più.
Secondo lo psicoterapeuta Bryan E. Robinson, autore di diversi libri sull’argomento, le persone affette da questa dipendenza hanno una continua necessità di  controllo, sono iper-perfezioniste e hanno difficoltà nel rilassarsi. Lavorano per sfidare continuamente la loro produttività, incuranti delle difficoltà  per la loro salute e nelle relazioni interpersonali.

Come accorgersi se è workaholism? Cause ed effetti

Nella nostra epoca, in cui persino la tecnologia favorisce l’accesso continuativo al mondo del lavoro, tramite connessioni Internet, messaggi sugli smartphone e così via, il workaholism rischia di rispondere ad una aspettativa  sociale considerata legittima: essere produttivi.

Si parla di Workaholism quando nella quotidianità coesistono e si ripetono almeno 3 fattori:

  • si dedicano grandi quantità di tempo a sole attività lavorative, trascurando affetti e relazioni
  • si pensa al lavoro anche quando si stanno svolgendo altre attività
  • si lavora anche quando non necessario, andando oltre le richieste dell’organizzazione o delle esigenze personali.

Essere un gran lavoratore è spesso considerato un aspetto positivo e questo a volte  non permette di capire ad esempio perché la famiglia si lamenti o di riconoscere subito i segnali di una dipendenza di tipo diverso, che a volte nasce per colmare un vuoto interiore, una scarsa autostima, un senso di perenne inadeguatezza.
Eppure spesso è proprio la lamentela della famiglia una delle prime spie: gli affetti sono totalmente trascurati in caso di workaholism, le persone drogate di lavoro sono adrenaliniche, colte da una costante frenesia, che le rende irritabili, impazienti e in frequente conflitto con i familiari.
E se storicamente la dedizione degli uomini al proprio lavoro è più accettata a livello sociale, per le donne workaholic la prima spia sono proprio gli affetti trascurati, il senso di abbandono vissuto dai familiari, dai figli, dagli amici.

Cosa osservare dunque? Ecco alcuni comportamenti chiave, le spie che ci segnalano che si sta scivolando nella dipendenza da lavoro:

  • irritabilità, cambi di umore legati al distacco dal lavoro
  • disinteresse per la propria forma fisica, per la sfera sessuale, per il cibo, per i propri hobby
  • incapacità di distaccarsi dalla propria attività di lavoro, anche durante brevi momenti festosi o di vacanza
  • pretese del proprio standard di stacanovismo anche da collaboratori e colleghi
  • conflitti più frequenti sia con colleghi di lavoro, sia nella cerchia di relazioni personali.

Workaholism: cosa fare e come curarlo

State pensando che  basta essere appassionati del proprio lavoro per ricadere nella definizione di  workaholic? In realtà la passione per il proprio lavoro determina un work engagement che è positivo per la persona e per l’organizzazione, mentre i lavoratori workaholic non fanno il bene di se stessi e nemmeno dell’azienda per cui lavorano.
Srikumar Rao, l’autore di Felicità al lavoro, guida zen per il successo nella professione e nella vita, sostiene infatti che lunghe ore di lavoro straordinario non sono un segno di dedizione, ma più di inefficienza e di incapacità a “lasciar andare”. La stanchezza da super-lavoro, secondo Rao, rende anche le idee e le decisioni deboli, stantie e poco efficaci.

Come comportarsi se riconosciamo in un collega, in un’amica, in un nostro familiare un eccesso da super-lavoro, che sta sconfinando nella patologia?
Secondo gli esperti, è importante far capire che questo comportamento non è ammirevole. Rao afferma: “C’è una netta differenza tra il lavorare sodo e trascorrere tutto il proprio  tempo al lavoro. Questa differenza va comunicata con chiarezza e con cura (…). Non chiedete mai la ragione di questi comportamenti, offrite piuttosto un orecchio attento: dite loro che se hanno bisogno di parlare con qualcuno, voi ci siete e sarete felici di ascoltare”.

E in ogni caso, se la dipendenza è davvero una patologia conclamata, è necessario l’intervento di uno specialista, che, attraverso un percorso di psicoterapia, possa supportare i workaholics a riprendere il controllo della propria vita.

Avete dubbi? Effettuate questo test del dottor Robinson: 25 domande per capire se c’è rischio di essere woekaholic. Il mio punteggio è 44,  secondo il test il mio rapporto con il lavoro non ha nulla di patologico… eppure a volte anch’io mi riconosco in alcuni comportamenti a rischio. E allora… sarà il caso di andare a rilassarsi un po’…!


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