La vera storia del presepe

È quasi Natale… avete preparato il presepe? Ecco la vera storia di questa tradizione così speciale!

Presepe

Correva l’anno vigesimo terzo del tredicesimo secolo e l’inverno, appena iniziato, si preannunciava rigido come non mai.
Quel pomeriggio la neve cadeva lentamente. Il cielo si stava ormai facendo del colore della notte e il fuoco scoppiettava allegro nel caminetto.
Il piccolo Francesco alzò gli occhi dalla torre di legno che stava costruendo e cercò con lo sguardo la sagoma rassicurante del nonno, che guardava assorto il paesaggio mutare sotto il manto di neve.
– Nonno! Nonno! Ti piace la mia torre? Da grande la riempirò di monete d’oro e di gioielli! Ma adesso sono stanco… mi racconti una fiaba?
Il vecchio sorrise con dolcezza.
– Certo, piccolo Francesco. Vieni, sediamoci qui, vicino al fuoco.
Il nonno si accomodò sulla grande poltrona di legno massiccio e Francesco gli si accoccolò in braccio, pregustando la magia della fiaba che il nonno si apprestava a raccontare.
– Sai, nipotino, stavo ricordando una storia bellissima accaduta tanti anni fa. Vuoi ascoltarla?
– Sì, nonno! Ma… è una storia vera?
– Certo! Ascolta…
Con un sospiro leggero, il nonno iniziò.
– Ebbene, tanti, tanti anni fa viveva proprio in questo palazzo un giovane nobiluomo.
La sua famiglia era tra le più ricche della città: i suoi antenati avevano accumulato tesori commerciando con tutto il mondo conosciuto e lui era l’unico erede di cotanta fortuna. Era un bravo giovane, intelligente e colto, esperto nelle arti militari e buon commerciante. Aveva un carattere allegro e vivace, e non mancava di organizzare burle e scherzi con i suoi amici.
Gli anni passarono, e il giovanotto si fece uomo. Era ormai giunto il momento di prendere in mano le redini del commercio di famiglia e di metter su casa. Suo padre voleva per lui una sposa bella, ricca e magari anche nobile, all’altezza del prestigio del casato. Ma Giovanni, così si chiamava il ragazzo, sembrava non voler sentir ragione.
– Padre, diceva, sono ancora giovane, e non ho trovato il mio posto nel mondo. Non so che cosa voglio fare della mia vita… Devo chiarirmi le idee, decidere…
– Che stai dicendo, figliuolo? Decidere che cosa? Le idee te le chiarisco io: tu sei il mio erede, e continuerai a commerciare come ho fatto io, tuo nonno e il tuo bisnonno prima di te. Non sei forse felice, in questa casa? Qui non manca nulla: cibo a volontà, abiti cuciti con stoffe morbide e pregiate, divertimento, musica…
– Certo, padre, avete ragione. In questa casa non manca nulla. Ma nel mio cuore…
– Eh? Nel tuo… dove? Nel tuo cuore? Che diamine stai dicendo? Ah, questa gioventù… Manca una settimana a Natale e tu hai una settimana di tempo per decidere che cosa fare della tua vita. E qui finisce la discussione!
Il padre di Giovanni girò sui tacchi e uscì arrabbiato dal salone, tra lo svolazzare del lungo mantello di velluto rosso.
Giovanni rimase solo nella stanza, in piedi davanti al grande camino. Il tepore del fuoco era piacevole, ma neppure il tranquillo crepitare delle fiamme riusciva a regalare pace al cuore del giovane uomo. Dopo qualche minuto, Giovanni si gettò sulle spalle un pesante mantello scuro ed uscì.
La notte era già scesa e le strade erano ormai deserte. Giovanni camminò senza una meta precisa per più di un’ora, e all’improvviso si ritrovò nel quartiere più povero e desolato della città. Davanti ai suoi occhi, abituati al lusso della casa paterna, si ergevano fatiscenti baracche scarsamente illuminate, dai cui comignoli usciva a stento un esile filo di fumo.
– Oh mio Dio! Che posto è mai questo? Chi può vivere in simili condizioni? Ma… che fanno quei bambini, mezzi svestiti? Moriranno di freddo!
Il giovane non poteva credere a quello che stava vedendo: nella più grande di quelle catapecchie si erano riuniti dei ragazzini, miseramente vestiti ma dal viso allegro e sorridente. Stavano cantando attorno al fuoco, e con loro vi era un giovane dell’età di Giovanni, vestito di un saio di tela di sacco.
Giovanni si avvicinò, incuriosito. Appena i bambini lo videro, lo invitarono a gran voce ad unirsi a loro.
– Vieni, vieni qui con noi! Avrai freddo, lì fuori! Come ti chiami?
Giovanni, stupito, fece qualche passo verso i bambini e il ragazzo che era con loro. Lo osservò in silenzio per qualche istante e poi esclamò: – Ma io ti conosco! Tu sei… sei Francesco! Il poverello di Assisi!
Francesco sorrise dolcemente, e rispose: – Sì, sono Francesco. E tu, come ti chiami?
– Io sono Giovanni, il nobile Giovanni di Greccio. Ho tanto sentito parlare di te… che cosa ci fai, qui, in questo posto così brutto e freddo?
– Sono venuto a trovare i miei amici pastori – rispose il poverello – Assieme, ci stiamo preparando al Natale.
– Già… Natale. Manca poco… purtroppo… – sospirò tristemente Giovanni.
– Perché dici “purtroppo”? La notte di Natale è la più bella dell’anno, per noi cristiani! Ricordiamo la nascita di Gesù, come puoi essere triste?
Giovanni sospirò: – In realtà, non lo so neppure io. Ho una bella casa, molti amici, vestiti caldi, cibi prelibati… eppure non sono contento. Mi manca qualcosa. Non so cosa fare della mia vita. Ed entro Natale dovrò prendere una decisione e darne conto a mio padre. Ma all’improvviso la vita che ho fatto fino ad ora mi sembra vuota… Non voglio, non posso continuare così!
– Ti capisco. – sorrise Francesco – Anche a me è successo, sai? Ho un’idea, ascolta.
Francesco si avvicinò a Giovanni e i piccoli pastori fecero capannello attorno ai due giovani, ascoltando attenti quello che Francesco aveva da proporre. Gli occhi di Giovanni brillavano di gioia.

La sera della vigilia di Natale riprese a nevicare. Giovanni si vestì in fretta, si buttò sulle spalle un mantello scuro e uscì dalla porta posteriore del palazzo. Nessuno lo vide mentre a passo veloce attraversava i vicoli della cittadina.
Arrivò ben presto all’imbocco di un viottolo che portava in aperta campagna.
– Ecco Giovanni! È arrivato! Andiamo, andiamo! È tutto pronto!
I bambini e Francesco lo stavano aspettando. Giovanni era felice.
Assieme, camminarono nella neve fino ad una vecchia stalla al limitare di un piccolo bosco.
All’improvviso smise di nevicare. Il cielo si riempì di stelle lucenti, trasformando il paesaggio in un quadro incantato. Il silenzio perfetto della notte più speciale dell’anno aveva qualcosa di magico.
Il gruppetto si fermò, trattenendo il fiato. Giovanni fece due passi avanti, spinse la porta ed invitò ad entrare Francesco e i suoi piccoli amici.
La debole luce di una candela ruppe l’oscurità. La fiammella tremolante rivelò ben presto uno spettacolo mai visto: una mangiatoia vuota al centro della povera stalla, un bue ed un asinello accovacciati sulla paglia. I bambini presero posto in silenzio attorno alla mangiatoia.
Poco a poco, dai villaggi vicini iniziarono ad arrivare altri pastori, artigiani, contadini. Ognuno portava qualcosa: poveri doni, qualcosa da mangiare, qualche vestito.
– Guardate! Ecco la capanna! Siamo arrivati!
– È qui che si celebra? E dov’è il bambino?
– Forse arriverà a mezzanotte! Qui abbiamo del cibo, se volete. Venite!
Francesco e Giovanni si lanciarono un’occhiata piena di emozione: quell’anno il Natale si sarebbe celebrato in un modo nuovo, speciale!
Con grande sorpresa di tutti, giunsero alla capanna anche i genitori di Giovanni e altri nobili della città. Si era infatti sparsa la voce che qualcosa di strano stava succedendo nella vecchia stalla al limitar del bosco: si diceva che il poverello di Assisi, Francesco, fosse tornato dalla crociata portando con sé qualcosa di speciale, e che addirittura avesse compiuto chissà quale miracolo!
L’aria era vibrante di attesa, di curiosità, di speranza. Il fraticello, attorniato dai piccoli pastori, sorrideva tranquillo.
– Ehi! Che succede qui? E tu, che ci fai in questa stalla?– sbottò il padre di Giovanni, scorgendo il proprio figlio seduto vicino a Francesco.
Giovanni sorrise al padre e prese a parlare con voce pacata: – Benvenuto, padre. Ricordate la discussione che abbiamo avuto una settimana fa? Ebbene, quella notte mi sentivo triste, vuoto, confuso. Uscii a camminare per le vie della città. Non sapevo dove andare, cosa fare… Incontrai Francesco d’Assisi per caso: stava raccontando a questi bambini che cosa aveva visto laggiù, nella terra dove nacque il nostro Signore Gesù. Pensate, padre, Francesco era partito per la Crociata “armato” solo del perdono e della parola di Gesù! Né una spada, né una lancia… nulla, solo amore! Fu ricevuto dal sultano in persona, e gli fu permesso di visitare in pace i luoghi della vita del Signore senza dover combattere né difendersi. E sapete una cosa, padre? Gesù, il nostro Dio, nacque in una stalla! Un’umile grotta dove si riparavano i pastori, non un palazzo, non un castello! La notte in cui lo incontrai, Francesco stava raccontando ai bambini una storia bellissima e vera, fatta d’amore, di umiltà, di semplicità. Mi sedetti ad ascoltare quello che diceva, poi gli chiesi consiglio e lui mi disse solo di far nascere Gesù nel mio cuore. Ma… come? Che voleva dire? Per spiegarlo meglio, Francesco ebbe un’idea… io l’ho aiutato a realizzarla ed eccoci qui! Ci siamo riuniti in questa stalla fredda per rivivere ciò che accadde quella notte a Betlemme: forse riusciremo anche a far nascere Gesù nel nostro cuore!
Il padre di Giovanni rimase in silenzio per qualche minuto, poi abbracciò il figlio e si sedette vicino a lui, ad aspettare la mezzanotte. Questa gioventù, che strane idee aveva….

Francesco invitò un sacerdote a celebrare la Messa e, con i suoi confratelli, cantò il Vangelo.
A mezzanotte, improvvisamente, ecco apparire una stella luminosissima che attraversò il cielo scuro e sembrò fermarsi, per un istante, sopra la piccola capanna.
– Guardate! – gridò qualcuno – Nella mangiatoia c’è un bambino! Francesco lo tiene in braccio!
Una luce soffusa, delicata, illuminava il volto del poverello di Assisi, trasfigurato dalla gioia.
In seguito, molte delle persone che assistettero alla celebrazione affermarono di aver visto nella mangiatoia un bellissimo bambino addormentato, che Francesco stringeva tra le braccia.
Il miracolo, però, fu ancora più grande: ognuno dei presenti, che fosse arrivato lì per curiosità o per fede, sentì una profondissima pace invadere il suo cuore. Una gioia inesplicabile avvolse ogni persona: il dono più prezioso aveva radici semplici e umili, ma regalava qualcosa di unico e inspiegabile, che sarebbe durato per sempre.

– Grazie, Giovanni! – disse Francesco – Per merito tuo abbiamo potuto rivivere in questa santa notte ciò che accadde a Betlemme tanti anni fa…
– Grazie a te, Francesco! – lo interruppe Giovanni – Questo era quello che cercavo: questa grande gioia nel cuore, il silenzio della notte, la semplicità, lo stare assieme in nome di qualcosa di più grande… Ho preso la mia decisione: condurrò una vita buona, aiutando le persone con i proventi del mio commercio.
Giovanni tornò a casa, e con il tempo prese moglie e si costruì una bella famiglia. Tutti lo conoscevano, a Greccio e nei dintorni, come colui che aveva aiutato Francesco d’Assisi a ricostruire il presepio. E un giorno, molti anni dopo…

Il nonno guardò sorridendo il piccolo Francesco, addormentato sulle sue ginocchia. Mai avrebbe immaginato, in quella lontana notte di Natale della sua gioventù, che avrebbe raccontato la sua storia ai figli dei suoi figli. Mai avrebbe immaginato che la pace che era entrata in lui avrebbe messo radici così profonde. Ecco, a pensarci bene forse era proprio quello che intendeva il suo amico Francesco, quando gli aveva detto: “Giovanni, fai nascere Gesù nel tuo cuore!”


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