Capezzolo introflesso dopo l'allattamento

Capezzolo introflesso dopo l’allattamento      

Un problema femminile poco conosciuto, che crea ansia nelle gestanti. Gli esperti spiegano che questa malformazione non impedisce la suzione del neonato, tranne in un caso, ovvero se si sia fatto l’intervento di chirurgia plastica che ha reciso i dotti galattofori. 

Non conoscevo il problema finché sull’autobus non ho sentito due donne incinte che ne parlavano. Così mi sono informata e ho notato che il capezzolo rientrante o introflesso è una malformazione permanente con cui molte donne (ma anche uomini) nascono. Si pensa che ne soffrano venti donne ogni mille. In sostanza accade che i capezzoli invece di sporgere verso l’esterno una volta che si preme delicatamente l’areola, rimangono piatti oppure si infossano verso l’interno. Di base si tratta di un disagio estetico e psicologico che però genera ansia nelle future mamme poiché si chiedono se potranno allattare il loro pargolo o meno. Per il bambino, infatti, la suzione da un capezzolo rientrante può risultare un pochino più problematica, ma basta che la neomamma assuma la giusta postura durante le poppate e segua semplici consigli, facendo uso magari di supporti che si trovano in commercio, in farmacia oppure online. 

Come capire se hai un capezzolo piatto o introflesso?

Molte donne dubbiose penseranno che basterà osservare i capezzoli per capire la loro forma, se siano piatti o introflessi (inversi). Niente di più sbagliato. Occorrerà invece afferrare dolcemente l’areola e produrre una lieve pressione, che se si esercita adeguatamente dovrebbe produrre una certa estroflessione della punta del capezzolo. Se questa pratica non dovesse sortire buon esito, da uno o entrambi i seni, nulla di grave dal momento che il neonato succhia il latte dalla mammella nella sua interezza, e non dal capezzolo soltanto. Altra prova quella del freddo. Avvicinare al capezzolo un cubetto di ghiaccio come prova del nove ma senza esagerare per non inibire la produzione di latte.

I modellatori di capezzolo servono?

Talvolta può accadere che naturalmente dopo il parto, uno o entrambi i capezzoli, piatti o inversi, possano estroflettersi ma non sempre succede. In questi casi le donne posso ricorrere ad un aiutino esterno ossia un modellatore di capezzolo. Si tratta di coppette in silicone con un foro al centro che si indossano sotto il reggiseno e che esercitano una moderata pressione sull’areola inducendo una protrusione del capezzolo.

Alcune donne li sconsigliano in quanto visibili sotto i vestiti specie in estate quando magari si indossano abiti leggeri in lino, seta o cotone. Altre donne invece li hanno trovati molto utili sin dagli ultimi mesi di gravidanza, anche se sono sconsigliati di notte. Altri supporti esterni testati con efficacia da molte neomamme sono il tiralatte, manuale o elettrico, i paracapezzoli e il tiracapezzoli a pompa o a siringa con dispositivo Evert-it™ che sfrutta un principio semplice e arcaico: la pressione negativa. In soldoni l’aria che spinge sull’areola crea una pressione che meccanicamente tira fuori il capezzolo. Abbiamo letto di testimonianze online che ne incentivano l’uso entro i primi sei mesi di gravidanza, per poi sospendere nell’ultimo trimetre e ricominciare alla nascita del bambino.

I rimedi naturali

Le fautrici della naturalità a tutti i costi potranno avvalersi dei sempreverdi consigli delle nonne. Ad esempio tra questi la manipolazione del seno prima di ogni poppata. Una manovra efficace consiste nell’afferrare il capezzolo esercitando una pressione sull’areola con pollice e indice, e muovendo in avanti e indietro per circa un minuto per lato. Non scordiamo che la postura durante l’allattamento è fondamentale. Le ostetriche consigliano la posizione sottobraccio, sostenendo la testa del bambino con la mano, mentre la sua schiena è appoggiata al braccio, posto lungo il fianco, e l’altra mano afferra il seno per la poppata con una presa cosiddetta a “C”.

Validissima anche la postura di transizione, che necessita di un cuscino per l’allattamento, meglio se imbottito con pula di farro biologica anti acaro, anallergico e inodore. Si adagia il bebè sulla ciambella sostenendo la testina sotto il collo, e si afferra il seno con presa a “U”. Un consiglio che sentiamo di darvi è di farvi aiutare da ostetriche e consulenti della Lega del Latte che tanto si adoperano per il benessere di neomamme e lattanti. Altro rimedio naturale sperimentato da molte donne è la “tecnica di Hoffman”, secondo la quale bisogna tendere più volte al giorno l’areola mammaria con le dita in modo da permettere la fuoriuscita del capezzolo.

Questa tecnica ha lo scopo di rompere le aderenze presenti alla base del capezzolo che lo mantengono introflesso. Occorrerà posizionare entrambi i pollici sui lati opposti della base del capezzolo e tirali delicatamente verso le due direzioni opposte. Questo esercizio va eseguito in direzione verticale e orizzontale rispetto al capezzolo. Inizialmente bastano due esercizi al giorno, successivamente occorrerà raddoppiare gli esercizi.

Un piercing accattivante come soluzione

Considerato da alcuni un metodo bizzarro e poco ortodosso il piercing al capezzolo (o ad entrambi) è una soluzione economica e di facile applicazione. Fu teorizzata nel 2001 dal dottor Erick Sholten che parlò di un metodo innovativo. Con una semplice procedura in anestesia locale è possibile applicare un piercing di materiale e foggia adeguati senza compromettere la possibilità di allattamento al seno (è al limite anche possibile allattare con il piercing stesso inserito in posizione) e con risultati esteticamente gradevoli.

Quando ricorrere alla chirurgia estetica

Alcune donne con grave disagio psicologico, specie con il proprio partner, decidono di ricorrere alla chirurgia estetica per una mastoplastica correttiva. In passato si utilizzava una tecnica particolarmente invasiva che prevedeva la recisione dei dotti galattofori troppo corti. Oggi invece si interviene cercando dove possibile di non recidere i dotti di modo da consentire alla donna di allattare tranquillamente in futuro. Naturalmente si tratta di un intervento costoso e a volte eseguito in anestesia totale quindi non andrà affrontato a cuor leggero. Mediante un’incisione periareolare, cioè sul contorno dell’areola, si individuano i condotti galattofori e si “sbrigliano” le aderenze che li trattengono in profondità, impedendo che il capezzolo resti “fuori”. Ulteriori procedure possono essere praticate sulla punta del capezzolo per stabilizzarlo all’esterno. Tranquille non si vedranno cicatrici.



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