Prigionieri del presente

Prigionieri del presente. Come uscire dalla trappola della modernità

Ecco la recensione del libro Prigionieri del presente di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo.

«Tutto è presente, esclusivamente presente».

È questa l’immagine della società contemporanea che ci restituiscono Giuseppe De Rita e Antonio Galdo in Prigionieri del presente, un appassionato Pamphlet di recente pubblicazione per Einaudi. Gli autori però non intendono che abbiamo imparato a cogliere l’attimo – il carpe diem oraziano – quanto piuttosto l’esatto contrario.

Invece di godere della contemplazione dell’istante, «siamo diventati schiavi del presente e, per non riconoscerlo […] abbiamo brevettato un alibi perfetto nel solco di una modernità appiattita sulla velocità: la fretta necessaria», una fretta che, non a caso, deriva dal latino fregare, e che «in un certo senso segnala la sorte dell’uomo che, in questo modo, rimane fregato».

Dall’analfabetismo alle fake news, dal superpotere delle Big five (le cinque più potenti corporazioni finanziarie del mondo) all’aumento del divario economico, la costante che gli autori individuano alla radice dei mali della contemporaneità è sempre l’ansia del presente: il “presentismo”.

Si tratta di una frenesia implacabile di fare ed esprimersi, che porta inevitabilmente alla ricerca di soluzioni semplici – una meta irrealizzabile, perché i problemi sono e restano complessi. Il presentismo porta le sue inconsapevoli prede a cercare risposte facili e soluzioni veloci, anche se si tratta di trappole retoriche atte ad aumentare il potere dei pochi ai danni di molti.

La nostra gestione del tempo è in preda all’horror vacui, terrorizzati da ogni spazio vuoto, imponiamo un’occupazione ad ogni istante della vita, dal lavoro senza orari alla condivisione compulsiva sui social: lavoro e tempo libero si mescolano, fino a divenire indistinguibili. Grazie all’accumulo dei dati relativi ai nostri gusti e scelte personali, infatti, il tempo passato sui social network coincide così col lavorare per i social network.

Il carpe diem del poeta latino Orazio viene dunque capovolto, perché l’attimo non è colto nella sua intrinseca vuotezza, ma viene riempito ansiosamente per fuggire alla paura della morte. Più agiamo meno pensiamo, meno pensiamo meno realizziamo il perché si fa quel che facciamo. Prigionieri del presente suona dunque come un invito a leggere due volte l’ode oraziana:

Il mio e il tuo destino, Leuconoe: / non è lecito saperlo, / come indagare un senso fra gli astri di Caldea. / Credimi, è meglio rassegnarsi, /se Giove ci concede molti inverni / o l’ultimo sia questo / che ora infrange le onde del Tirreno / contro l’argine delle scogliere. / Pensaci: bevi un po’ di vino / E per il breve arco della vita / Tronca ogni lunga speranza. / Mentre parliamo, con astio / Il tempo se n’è già fuggito. / Goditi il presente / E non credere al futuro.

Alla prima lettura sembra una lode al presentismo noncurante del futuro, ma alla seconda risulta come un appello a considerare ogni “impegno inderogabile” nella sua radicale non necessarietà, per riuscire a godere della bellezza del vuoto.



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