Meriam è libera! È arrivata a Roma grazie all’intervento dell’Italia

Missione compiuta per il viceministro italiano Lapo Pistelli che è riuscito a sbloccare l'impasse diplomatico e a portare in Italia la donna e la sua famiglia.

Meriam con Pistelli e Renzi all'arrivo a Roma
Meriam con Pistelli e Renzi all'arrivo a Roma

Dopo le tensioni degli ultimi giorni ed il tira e molla delle autorità sudanesi, si è finalmente conclusa, e pure felicemente, la vicenda incredibile di Meriam Yehya Ibrahim, la ventisettenne madre cristiana arrestata nello scorso febbraio in Sudan con l’accusa di apostasia dalla religione islamica e che era stata condannata a morte nonostante fosse incinta del suo secondo figlio, infatti nato tra le mura del carcere. Per la positiva soluzione di questo incredibile fato di cronaca, è stato decisivo l’intervento del governo italiano ed in particolare del viceministro degli esteri Lapo Pistelli che dopo settimane di lavoro diplomatico e di trattative è riuscito a far salire Meriam, il marito Daniel, cittadino americano ma originario del Sud Sudan, e i due figli Maya e Martin su un aereo messo a disposizione direttamente dalla Presidenza del Consiglio. Sbloccata così una situazione che era in stallo dallo scorso 26 giugno, quando la ragazza, appena liberata dal carcere dopo essere stata assolta perché “era già cristiana” – non per l’assurdità dell’accusa, si badi bene – era stata nuovamente fermata dalle autorità sudanesi a causa di presunte irregolarità nei propri documenti e si era rifugiata nell’ambasciata americana a Khartoum. Ad accoglierla questa mattina a Roma, il premier Matteo Renzi ed il ministro Mogherini, che non hanno nascosto la loro gioia per il felice esito della missione di Pistelli. Non è escluso che la giovane possa incontrate in giornata Papa Francesco, mentre nei prossimi giorni si trasferirà definitivamente negli Stati Uniti. Finisce così una vicenda-simbolo, che indignato e tenuto con il fiato sospeso l’intera comunità internazionale. Speriamo che sia un buon viatico per la soluzione degli altri casi analoghi che sono ancora in corso nel mondo, primo fra tutti quello di Asia Bibi, da ormai sei anni in carcere in Pakistan in attesa della pena capitale seguita alla condanna per blasfemia.

Meriam ancora arrestata dopo meno di 24 ore dal rilascio

Una rara immagine di Meriam con i figli
Una rara immagine di Meriam con i figli

Ci si può prendere gioco della comunità internazionale? Il governo sudanese evidentemente pensa di sì. E così l’incredibile vicenda di Meriam Ishag, la ragazza cristiana condannata a morte per apostasia e a cento frustate per adulterio con l’accusa avere sposato secondo il rito cristiano suo marito Daniel, non sembra avere mai fine. La ragazza era stata liberata lunedì scorso dopo una durissima battaglia che organizzazioni umanitarie, gruppi di pressione e governi dei più importanti stati del mondo – Italia e Stati Uniti in testa – avevano mosso contro la sentenza, emessa in base alla legge islamica, dal tribunale di Khartoum. Dopo nemmeno 24 ore e con un evidente pretesto, ufficialmente la falsificazione di documenti, la ragazza ventisettenne che aveva partorito il secondo figlio in carcere è stata nuovamente fermata dai servizi segreti sudanesi all’aeroporto di Khartoum insieme al marito e ai figli. La famiglia di Meriam stava per imbarcarsi su un volo per gli Stati Uniti e nella vicenda sono state coinvolte le ambasciate americane e sud sudanesi – Daniel è cittadino del Sud Sudan e ha passaporto americano. Una vicenda che ha dell’incredibile ed ha contorno chiaramente persecutori: Meriam aveva rifiutato di abiurare la sua fede cristiana durante il processo e questo aveva portato alla sua condanna. Il governo italiano, per bocca del viceministro degli esteri Lapo Pistelli, ha già detto che interverrà per risolvere positivamente la situazione. La vicenda di Meriam riporta alla luce anche quella di un’altra donna cristiana in carcere per blasfemia in Pakistan. È Asia Bibi, madre di cinque figli, in cella dal 2010 e che da quasi quattro anni attende che venga presa in considerazione la sua istanza di appello contro la condanna a morte inflittagli da un tribunale di Islamabad. Una vicenda altrettanto assurda come quella di Meriam ma che non ha, fino ad oggi, ricevuto la stessa attenzione mediatica di quella riservata, giustamente, alla ragazza di Khartoum. Speriamo che Meriam e Asia possano riabbracciare i propri figli il prima possibile.

Meriam e Daniel il giorno delle nozze
Meriam e Daniel il giorno delle nozze

Meriam Ibrahim sarà liberata: giustizia è fatta!

Che per una volta giustizia sia fatta? Sembra finalmente di si. Le maggiori agenzie internazionali hanno infatti ribattuto la notizia diffusa dall’organo ufficiale di stampa dello stato sudanese “Suna”: Meriam Yahya Ibrahim ha vinto la sua causa e l’Alta Corte di Appello del suo paese l’ha riconosciuta innocente dalle accuse di apostasia ed adulterio mossale da un fratello, in seguito alle quali era stata condannata a morte, oltre che a cento frustate, dopo essere stata imprigionata con il figlio di venti mesi, Martin, lo scorso 17 febbraio. Un caso che aveva destato un enorme scalpore e lo sdegno, in altri frangenti molto meno pronto, di tutta l’opinione pubblica internazionale, diventata un vero e proprio movimento d’opinione dopo che Meriam aveva partorito la sua seconda figlia, Maya, sul pavimento della cella in cui era rinchiusa. Solo dopo il parto era stata liberata dalle catene per ordine del medico. Adesso Meriam e i suoi figli saranno liberati e potranno riabbracciare il marito e padre Daniel Wadi, anche se la motivazione della sentenza non manca di lasciare perplessi. La prima decisione del tribunale di Khartoum è stata infatti ribaltata non per l’assurdità dell’accusa, ma perché la conversione non c’è stata in quanto la ragazza, cresciuta dalla madre ortodossa, è sempre stata cristiana. Una motivazione che non toglie le ombre su una legge incredibile e disumana che la stessa organizzazione per i diritti umani sudanese ha definito anticostituzionale e che ogni essere umano dotato di ragione non potrebbe che giudicare inconcepibile. Sta di fatto, comunque, che Meriam tornerà a casa dopo quasi cinque mesi di carcere e questo, almeno adesso, rimane il fatto più importante.

Meriam, incinta di 8 mesi e condannata a morte per apostasia

Può esistere nel Ventunesimo secolo uno stato in cui la libertà, personale e umana, ancora prima che religiosa, sia calpestata al punto da condannare a morte una madre per apostasia? Può esistere un così incredibile, abietto, spietato sprezzo di ogni dignità umana? Eppure non si tratta né di un romanzo di avventure ambientato in qualche lontana epoca barbara, né dell’invenzione farlocca di qualche mente fervida e creativa.
È una storia vera. Incredibilmente ed amaramente vera. È la storia di Meriam Yeilah Ibrahim, 27 anni, laureata in medicina, sposata con Daniel, madre di un bambino di un anno e mezzo e nuovamente incinta all’ottavo mese. Arrestata lo scorso febbraio e sbattuta in prigione insieme al figlio perché cristiana su denuncia di un parente, lo scorso 14 maggio il giudice Abbas Mohammed Al-Khalifa la ha condannata a morte per impiccagione dopo il suo rifiuto di abiurare la sua fede e ritornare all’islam.

DOnne Sudanesi

Siamo in Sudan dove vige dal 1983 la legge islamica che considera la conversione di un sudanese ad altre religioni un crimine contro lo stato. Ma Meriam, figlia di madre cristiana e cha ha sposato un ragazzo del Sud Sudan, ha sfidato la legge e ora rischia di pagare con la vita. Contrariamente a quanto accaduto in passato con altri cristiani perseguitati in Oriente, questa volta l’aberrazione di quanto potrebbe succedere ha shockato letteralmente il mondo, che si è mobilitato: Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Olanda hanno intimato ufficialmente al governo di Khartum di recedere dai suoi propositi ed Amnesty International ha chiesto l’immediata ed incondizionata liberazione di Meriam e di suo figlio.
Perfino nelle piazze della capitale sudanese si sono visti cortei di protesta e la grazia è stata chiesta da una folla di studenti riuniti davanti al tribunale. Anche in Italia è partita una petizione promossa dal quotidiano Avvenire che può essere sostenuta attraverso la pagina dedicata sul sito della testata. È un dovere di libertà impedire che un simile delitto venga perpetrato.


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