L’importanza dell’indipendenza femminile: Intervista ad Amnesty International

Quattro chiacchiere con Laura Renzi, Responsabile Ufficio Advocacy di Amnesty International Italia.

Amnesty International

La condizione dei diritti femminili nel mondo: una questione ancora aperta, delicata, in costante evoluzione. UnaDonna si è rivolta ad Amnesty International per fare quattro chiacchiere in occasione della Festa della Donna con Laura Renzi, Responsabile Ufficio Advocacy di Amnesty International Italia.

Quali sono le sfide che una donna contemporanea si trova a dover affrontare nel quotidiano in alcune parti del mondo? 

Sono passati oltre 100 anni dalla proclamazione dell’8 marzo quale Giornata internazionale delle donne, eppure in questo secolo trascorso poco è cambiato per le donne che vivono nei paesi più poveri del mondo. Secondo stime delle Nazioni Unite più di un terzo delle persone che vivono in povertà sono donne e la povertà è molto spesso sia causa che conseguenza della violenza: chi subisce aggressioni fisiche, sessuali o psicologiche, in alcuni paesi, può perdere il reddito. La violenza contro le donne impoverisce anche le loro famiglie, le loro comunità e le loro società. D’altra parte, l’indigenza rende più difficile per loro trovare una via di fuga dai maltrattamenti. Se è vero che l’indipendenza economica non protegge le donne dalla violenza, l’accesso alle risorse economiche può comunque migliorare la loro capacità di compiere scelte significative perché una donna che è economicamente dipendente dal proprio partner non vede altre possibilità per il sostentamento suo e dei suoi figli. Una ragazza che rimane incinta a causa di uno stupro potrebbe vedersi precludere l’accesso all’istruzione, riducendo così le prospettive di lavoro e di un futuro indipendente. Molte di coloro che vivono negli insediamenti abitativi precari subiscono quotidianamente abusi sia in casa che per strada. Svolgono impieghi informali, sono sottopagate e lavorano in condizioni deplorevoli. Le lavoratrici migranti, alla ricerca di migliori condizioni di vita, spesso subiscono sfruttamento e abusi dai datori di lavoro o dalla criminalità organizzata. La discriminazione e la violenza contro le donne vanno per mano, contribuendo alla negazione del diritto delle donne alla salute, all’istruzione, a una casa e al cibo. Le donne appartenenti a particolari gruppi sociali, tra cui le popolazioni native, i gruppi etnici, razziali, religiosi o le minoranze linguistiche e i migranti, subiscono una doppia discriminazione, sia come membri di tali gruppi che come donne. Inoltre, alcune sono in particolar modo esposte alle violenze, come le donne native e rifugiate, quelle bisognose, quelle in carcere, quelle con disabilità, le più giovani, le più anziane e quelle che vivono in situazioni di conflitto armato.

Tuttavia le donne non sono vittime passive. Sono sempre di più cittadine partecipi e attiviste per i diritti umani che reclamano i loro diritti, si organizzano chiedendo giustizia e riconoscimento delle responsabilità e lavorano per migliorare le loro vite e la situazione delle loro famiglie e comunità. Sono oggi più di ieri, attrici del cambiamento.

Ci crediamo una società evoluta eppure ogni giorno si verificano episodi che ledono i diritti delle donne e che sembrano riportarci a un’era di barbarie. Cosa deve ancora cambiare?

Una società evoluta non criminalizzerebbe le donne perché decidono come vivere la propria sessualità e la propria salute riproduttiva. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità sono 47 mila le donne che muoiono ogni anno a causa delle complicanze di aborti insicuri e il 40% delle donne in età fertile vive in stati dove l’aborto è vietato, limitato o inaccessibile. Negli ultimi due anni, abbiamo assistito a tentativi di restringere l’accesso all’aborto in vari stati, tra cui Lituania, Macedonia, Spagna, Stati Uniti d’America e Turchia. In alcuni paesi, come in El Salvador, il divieto di aborto è totale anche in caso di stupro o quando la vita o la salute di una donna o di una ragazza sono a rischio.

Tutte noi abbiamo il diritto di prendere decisioni sulla nostra salute sessuale e riproduttiva senza subire coercizione, violenza o discriminazione, ma ancora oggi in tutto il mondo questo diritto viene controllato da altri: gli stati, gli operatori sanitari o ancora le famiglie. Ad esempio in Burkina Faso, molte giovani fanno fatica ad accedere a contraccettivi e ad altri servizi per la salute sessuale. Le norme religiose e culturali, la discriminazione di genere e prassi come i matrimoni precoci, insieme alla povertà, ostacolano le donne e le ragazze nel prendere decisioni sulla loro vita sessuale e riproduttiva. Parlare apertamente di sesso è un tabù. L’imbarazzo e la paura impediscono a molte donne e bambine di ottenere informazioni affidabili e confidenziali sulla salute sessuale e la pianificazione familiare. Anche quando trovano qualcuno con cui parlare, s’imbattono spesso in atteggiamenti discriminatori da parte degli operatori sanitari. In alcuni casi, le donne si vedono negare i contraccettivi se non hanno il permesso del marito e anche se riescono a superare questa barriera i contraccettivi possono essere troppo costosi per molte di loro.

Quali invece sono state le conquiste più importanti dell’universo femminile negli ultimi anni?

Per quello che riguarda il nostro Paese, c’è sicuramente l’adozione di una legge nazionale contro il femminicidio del 2013. Per la prima volta si è deciso di affrontare il problema del femminicidio e della violenza contro le donne in Italia nel loro complesso. Il testo mira a rendere più incisivi gli strumenti della repressione penale dei fenomeni di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e di atti persecutori. Con quest’ottica vengono inasprite le pene quando il delitto di maltrattamenti in famiglia è perpetrato in presenza di minore degli anni diciotto, quando il delitto di violenza sessuale è consumato ai danni di donne in stato di gravidanza o quando il fatto è consumato ai danni del coniuge, anche divorziato o separato, o dal partner.

Quali sono stati gli sforzi che la vostra associazione ha compiuto per migliorare la condizione della donna?

Sia in tempo di pace che in tempo di guerra, le donne subiscono atrocità semplicemente per il fatto di essere donne. A milioni vengono picchiate, aggredite, stuprate, mutilate, assassinate, in qualche modo private del diritto all’esistenza stessa.

Da sempre Amnesty International lavora per la tutela e la realizzazione dei diritti delle donne denunciando le numerose violazioni che ogni giorno nel mondo siamo costrette ad affrontare: dalla violenza domestica alla tratta, dagli stupri durante i conflitti armati alle mutilazioni genitali, dalle restrizioni dei diritti sessuali e riproduttivi alla discriminazione in molteplici contesti della nostra vita.

Amnesty International chiede ai governi, alle organizzazioni e ai privati cittadini di impegnarsi pubblicamente per rendere i diritti umani una realtà per tutte le donne.

Secondo fonti attendibili, in Italia la violenza domestica non viene denunciata in oltre il 90 per cento dei casi. Negli ultimi 10 anni, il numero di omicidi compiuti da uomini su altri uomini è diminuito, mentre è rimasto costante il numero di donne uccise, in quanto donne, per mano di un uomo: oltre 100 ogni anno. In circa la metà dei casi, il colpevole è un partner o ex partner mentre solo in circostanze rare si tratta di una persona sconosciuta alla donna. Grazie ai numerosi attivisti presenti sul territorio, Amnesty International Italia è riuscita nel 2014 a mobilitare moltissime persone, attraverso il lancio e la promozione di un appello rivolto ai presidenti di Camera e senato in cui chiedeva che l’Italia allineasse la propria legislazione alla Convenzione di Istanbul privilegiando quindi le esigenze di prevenzione e protezione rispetto al tema della repressione penale del fenomeno.  L’appello è  stato firmato da oltre 20.000 persone in tutta Italia e consegnato alle autorità lo scorso 25 novembre assieme a oltre 5 mila origami di carta raccolti nell’ambito della campagna come simbolo di lotta alla violenza contro le donne.

Grazie al lavoro di raccolta firme e di invio di petizioni ai Governi , siamo riusciti a fare pressione per il rilascio di Ayşe Berktay, parlamentare , scrittrice e traduttrice di origine curda, rilasciata  dal governo turco il 20 dicembre 2013 dopo quasi 27 mesi di carcere. Era stata arrestata il 7 ottobre 2011 ai sensi delle leggi antiterrorismo, la cui formulazione ampia e generica consente di considerare reati semplici e legittime attività accademiche e giornalistiche. Anche Liu Hua, attivista anti-corruzione, è stata rilasciata il 17 aprile 2014 dopo aver trascorso 37 giorni in un campo per la rieducazione attraverso il lavoro per “aver provocato disordini”. Amnesty International, che anche in questo caso aveva diramato un’azione urgente per chiederne il rilascio, segue Liu Hua dal 2006, l’anno in cui l’attivista iniziò a scontare periodi successivi di rieducazione attraverso il lavoro per aver denunciato la corruzione nel suo villaggio, Zhangliangbao e in seguito per aver denunciato le torture subite in un documentario sul campo di Masanjia che ha fatto il giro del mondo.

Siamo riusciti a fare in modo che Inés Fernández Ortega e Valentina Rosendo Cantú, due donne native della comunità Me’phaa, in Messico, dopo 12 anni di richieste di giustizia e una sentenza della Corte interamericana dei diritti umani, vedessero finalmente i quattro militari che le avevano arrestate e stuprate in carcere. E che l’innocenza di Jacinta Francisco Marcial, che nel 2009 era stata condannata a 21 anni di carcere per il sequestro di sei agenti di polizia, venisse riconosciuta dai tribunali messicani. La donna, adottata come “prigioniera di coscienza” da Amnesty International, aveva trascorso tre anni in una prigione dello stato di Querétaro prima di essere riconosciuta innocente. E grazie alla campagna globale Stop alla Tortura Il 6 febbraio scorso Claudia Medina, arrestata e torturata nel marzo 2012 è stata definitivamente assolta da ogni accusa relativa al possesso di armi da fuoco e ad altri presunti crimini. Durante la detenzione, la donna venne torturata con scariche elettriche, venne picchiata, presa a calci, sottoposta ad aggressioni sessuali e costretta a firmare una dichiarazione senza poterla leggere. Questi sono solo alcuni dei risultati positivi raggiunti con le attività di pressione sulle istituzioni e con le campagne della nostra organizzazione.

Quali sono i vostri obbiettivi?

L’obiettivo generale della nostra Organizzazione è quello di vedere realizzato “un mondo in cui a ogni persona sono riconosciuti tutti i diritti umani sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e da altri atti sulla protezione internazionale dei diritti umani”.  Per raggiungerlo conduciamo ricerche e intraprendiamo azioni specifiche: campagne, attività di pressione sui governi e le istituzioni, mobilitazioni della società civile e attività di educazione ai diritti umani.

Avete nuovi progetti in partenza/progetti in itinere?
In occasione dell’8 marzo, in Italia, promuoveremo la campagna globale My Body My Rights (il cui lancio internazionale è avvenuto l’8 marzo dello scorso anno) per porre fine al controllo e alla criminalizzazione nei confronti della sessualità e della vita riproduttiva delle persone da parte di governi e di altri soggetti.

All’interno della Conferenza del Cairo del 1994 erano stati concordati una serie di obiettivi precisi ed espliciti, seguendo un’impostazione basata sui diritti umani e sull’autodeterminazione individuale. Tra questi figuravano la rimozione della disuguaglianza tra i sessi a livello di istruzione primaria e secondaria entro il 2005 e la garanzia dell’istruzione primaria per tutti/e entro il 2015; nette riduzioni della mortalità materna, perinatale e della mortalità infantile al di sotto dei 5 anni; e infine l’accesso universale entro il 2015 ai servizi per la salute riproduttiva e sessuale, compresi tutti gli strumenti per una sicura e affidabile pianificazione familiare. Raggiungere questi obiettivi avrebbe significato anticipare la stabilizzazione demografica, che resta un obiettivo prioritario per la realizzazione di uno sviluppo sostenibile. Nonostante questi impegni assunti 20 anni fa in occasione della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo (ICPD), molti dei 1,8 miliardi di giovani nel mondo ancora lottano per accedere alle informazioni, all’educazione sessuale ed ai servizi legati alla salute riproduttiva e sessuali di cui hanno bisogno per un vita sicura e sana.

Già dall’8 marzo e per i mesi successivi, invitiamo tutte e tutti a chiedere che i diritti sessuali e riproduttivi siano protetti, rispettati e soddisfatti! Perché essere in grado di prendere le proprie decisioni riguardo al proprio corpo e alla propria vita è un diritto umano fondamentale.

Per partecipare alla campagna amnesty.it/mybodymyrights

C’è un pensiero che vorreste condividere con chi ci sta leggendo?
Si. Si tratta di una bella frase di Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana che ha rischiato la vita per aver difeso il diritto all’istruzione dei bambini, e soprattutto delle bambine, nel suo Paese. “Alzo la mia voce non perché così posso gridare, ma in modo che chi non ha voce possa essere ascoltato”.


Vedi altri articoli su: Festa della Donna |

Commenti

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *