Olio di palma: cosa c’è da sapere

L’olio di palma ed il colesterolo, la deforestazione, la salute e i danni ambientali. Tutto quello che sta dietro al più “chiacchierato” e discusso ingrediente della grade produzione alimentare industriale

Palm Oil Plantation

Si tratta di uno dei food-topic più discussi e controversi del momento, con riflessi sul piano internazionale, pareri discordanti ed informazioni che a volte circolano “condizionate”, tavoli di lavoro pubblicamente uniti e coesi e all’atto pratico poco incisivi ed un fiume di inchiostro speso per parlarne in aumento esponenziale. Si tratta del tema dell’olio di palma, uno dei componenti più usati ed abusati nella moderna industria alimentare e dei cosmetici, ambiti nei quali costituisce un elemento fondamentale utilizzato in numerose preparazioni. All’olio di palma si imputano due principali capi d’accusa: quello di essere dannoso per la salute, segnatamente cancerogeno, e quello di essere uno dei responsabili della deforestazione di notevoli aree del pianeta, specie nel sud-est asiatico. Ma qual è la realtà dei fatti? Cerchiamo di scandagliare fra le notizie disponibili e di capire come stanno realmente le cose.

Olio di palma: saturo, non idrogenato, bifrazionato

L’olio di pama è un olio vegetale saturo e non idrogenato – ovvero non prodotto dal processo di idrogenazione dei grassi insaturi – che si estrae dal frutto della palma da olio, insieme al suo “cugino” olio di palmisto che si estrae, invece, dai semi. Al momento dell’estrazione e a temperatura ambiente, sia l’olio di palma che quello di palmisto sono solidi o semisolidi e devono quindi essere sottoposti ad un particolare processo produttivo che si chiama frazionamento e che permette l’isolamento della loro componente liquida. Per questo, l’olio di palma si definisce a volte bifrazionato.

 

Olio di palma: gli impieghi industriali

Le sue caratteristiche di versatilità, facilità di utilizzo e costo relativamente basso, ne fanno uno degli elementi base dell’industria alimentare – utilizzato soprattutto per la produzione della margarina ma anche come ingrediente di numerosi preparati da forno, dai biscotti alle creme spalmabili, dai prodotti dolciari al cioccolato – ma anche un elemento usatissimo nell’industria cosmetica, tanto che in realtà i suoi principali consumatori sul palcoscenico internazionale sono da individuarsi nelle multinazionali della bellezza come L’Oreal, Procter & Gamble, Unilever, Colgate o Palmolive. Inoltre occorre segnalare che l’olio di palma è utilizzato anche per la produzione di combustibile ed in particolare per il biodiesel, grazie ad una particolare procedura di lavorazione che spesso si differenzia per componenti e risultati da paese a paese in relazione alle singole normative da rispettare. Già questo elemento – quello di essere uno dei principali elementi di produzione e sperimentazione per energia alternativa al petrolio eppure essere una delle principali “vittime” delle associazioni ambientaliste – lascia intravedere come il dibattito intorno all’olio di palma si costituito da aspetti complessi che vanno tenuti tutti nella debita considerazione.

L’olio di palma fa veramente male?

L’olio di palma è dunque un comunissimo ingrediente che capita di mangiare ben più di quanto non ci si renda conto. Non solo: recentemente la Comunità Europea ha imposto ai produttori di indicare esplicitamente l’olio di palma nell’elenco degli ingredienti di un prodotto alimentare composto, senza nasconderlo dietro alla generica dicitura “oli vegetali” utilizzata in precedenza. Questo fatto, unito alle polemiche intorno ad esso che già si sprecavano, ha ulteriormente acuito la sua “difficile” posizione, portando un ancor più ampio feeling negativo da parte dei consumatori ed una conseguente reazione delle grandi catene di distribuzione, anche italiane, che hanno dichiarato di iniziare una serie di campagne per limitarne l’utilizzo nei loro prodotti. Ma l’olio di palma fa veramente male? La risposta è tutto sommato più semplice di quanto non si creda: è un dato di fatto che l’olio di palma, fra gli oli vegetali, sia fra quelli che contengono il più alto tasso di grassi saturi – circa il 50% del totale – ed in particolare di acido palmitico. L’effetto negativo sull’organismo dei grassi saturi – o meglio del loro consumo in eccesso – è noto: l’aumento del colesterolo LDL direttamente ad essi collegato è un elemento decisivo nell’insorgenza di malattie cardiovascolari, di gran lunga le più diffuse e pericolose nella nostra civiltà “occidentale”, nell’aumentare la possibilità di formazioni tumorali. Fatta questa doverosa premessa, occorre però rilevare che il contenuto di grassi saturi nell’olio di palma non è superiore, anzi è in molti casi, inferiore a quello contenuto nei formaggi specie se stagionati o negli insaccati, solo per fare qualche esempio. E’ quindi sbagliato dire che l’olio di palma fa male “in sé”: una quantità giornaliera di grassi saturi fa parte del fabbisogno normale del nostro organismo. Per cui le problematiche per la salute sorgono nel momento in cui il consumo diventa eccessivo. Ma forse proprio qui sta il vero problema: il suo utilizzo indiscriminato in prodotti diversi legati alla grande industria e al largo consumo ne rendono, a differenza di altri alimenti come formaggi o salumi a cui si può eventualmente “rinunciare”, più complicato il “controllo”. Proprio per questo la sua sostituzione in questi tipi di prodotti con componenti meno “pericolosi” rimane una opzione positiva per la salute.

L’olio di palma e la deforestazione

E veniamo al tema, non meno dibattuto, dei danni ambientali che all’olio di palma sono imputati. Da questo punto di vista è indubbio che in diverse parti del mondo, come ad esempio in Indonesia o in Malesia, la cultura estensiva della palma da olio sia stata una delle più importanti cause di deforestazione, con milioni di ettari di foreste primarie trasformate in “monoculture” industriali. A questo si aggiunge la legislazione spesso carente – se non completamente assente – di molti di quei paesi che lascia campo libero ai grandi produttori e alle grandi multinazionali di decidere, di fatto, come comportarsi. Il tavolo internazionale per la produzione sostenibile dell’olio di palma RSPO sforna soluzioni ancora rimaste nella maggior parte dei casi “sulla carta” ma dà spesso la sensazione di essere più un “paravento” – è composto dai grandi distributori, dalle grandi multinazionali e dalle banche, composizione che lascia più di un dubbio sulla effettiva funzionalità allo scopo – che un organismo realmente incidente sulla realtà. Da qui le rivendicazioni delle associazioni ambientaliste che, pur partendo dalle evidenze effettive sopra descritte, tendono a semplificare il problema: nulla assicura che lo “spostare” la produzione su altri tipi di oli vegetali sia meno impattante sull’ambiente e forse la prima problematica per l’auspicata produzione sostenibile è quella del controllo sui comportamenti di governi e potentati vari che antepongono interessi particolari a quelli della collettività.


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