Intolleranza al lattosio: cos’è e come si cura

Un breve excursus su caratteristiche, sintomi, metodi di diagnosi e dieta da seguire nel caso di presenza di questa comune intolleranza alimentare

Intolleranza al lattosio

L’intolleranza ai latticini è un disturbo piuttosto comune ed ha una incidenza notevole anche in Italia, dove colpisce mediamente circa 40 individui su cento, seppur con diversi gradi di evidenza e gravità dei sintomi e delle problematiche connesse. Occorre innanzi tutto capire esattamente di cosa si sta parlando, dato che questo disturbo viene spesso scambiato per una allergia mentre si tratta in realtà di qualcosa di radicalmente diverso.

Intoleranza al lattosio
Per essere precisi, è opportuno parlare di “intolleranza al lattosio”, ovvero al disaccaride che costituisce circa il 98% degli zuccheri contenuti nel latte e che rimane persistente anche in tutti i suoi derivati con percentuali di incidenza che vanno da poco meno del 4% sulla massa totale nel latte vaccino ad anche oltre il 5% nel latte intero. L’origine dell’intolleranza è da riscontrarsi a livello digestivo e consiste fondamentalmente nella carenza di lattasi, un enzima prodotto dalle cellule intestinali e deputato alla scomposizione del lattosio nei suoi due zuccheri costituenti, il galattosio ed il glucosio, operazione quest’ultima essenziale per renderlo digeribile.  Solo più raramente il problema dell’intolleranza sorge per la carenza di altri particolari enzimi, e cioè quelli preposti all’assimilazione delle proteine del latte e non dei suoi zuccheri.

Intolleranza al lattosio: sintomi

La grande diffusione di questa tipologia di intolleranza e l’estrema diversità di incidenza che si riscontra nelle diverse etnie – che va da meno del 2% della popolazione in Scandinavia fino alla quasi totalità per i cinesi – si spiega con la curiosa origine storica della stessa. Sembra infatti che la possibilità di digestione del latte “extraspecie” – ovvero non materno ma di altri animali – non sia per l’appunto connaturata all’uomo, ma sia invece la conseguenza di un adattamento genetico intervenuto assai dopo la sua comparsa sulla Terra, circa 7.000 anni fa. Si spiega quindi come tale “mutazione” sia stata non uniforme negli abitanti del pianeta ed abbia conosciuto diversi gradi di diffusione, legati ad esempio a quanto fosse comune l’allevamento o la pastorizia.

C’è da dire, in ultima analisi, che, se l’incidenza delle intolleranze nella popolazione è abbastanza alta, nella stragrande maggioranza dei casi gli effetti sono assai lievi e si assiste per lo più ad una progressiva perdita di efficacia dell’enzima lattasi, oppure di uno stato transitorio, tipico ad esempio nei bambini, in cui la carenza di lattasi ha cause specifiche come possono essere, per esempio, i postumi di una gastroenterite. Solo molto più rari sono i casi di intolleranza congenita conclamata. I sintomi dell’intolleranza sono quelli tipici di un problema digestivo e vanno dalla flatulenza al meteorismo, diarrea e spossatezza, crampi addominali e un gonfiore spesso accentuato del ventre.

Intolleranza al lattosio: diagnosi

Intoleranza al lattosio
Un’intolleranza al lattosio può essere individuata in modi differenti: il più semplice è una misurazione effettuata mediante un breath test o test del respiro, attraverso il quale è possibile verificare la concentrazione di alcune sostanze, in particolare dell’idrogeno, che sono sprigionate dalla fermentazione degli zuccheri non assimilati e quindi non digeriti dall’intestino. Una concentrazione elevata di idrogeno dopo aver assunto latticini evidenzia una carenza nella capacità di assimilazione e, di conseguenza, una intolleranza.

Un’altra possibilità per l’individuazione dell’intolleranza, specie se di origine congenita, è la biopsia del duodeno, analoga a quella attraverso la quale viene individuata la celiachia, alla quale peraltro la dispersione dell’enzima lattasi può essere connessa.

Altra possibilità è quella di affidarsi ad uno specifico esame del sangue che ha l’obiettivo di valutare il grado di glucosio nel plasma: si tratta di una particolare tecnica in cui due prelievi vengono effettuati a distanza di un paio d’ore l’uno dall’altro inframmezzati dall’assunzione di un liquido ad alto contenuto di lattosio. Se il livello del glucosio nel sangue rilevato in seguito ai due prelievi è invariato, significa che l’assimilazione non è avvenuta, cosa che segnala una difficoltà di digestione e, quindi, una intolleranza.

Intolleranza al lattosio nei bambini

Intoleranza al lattosio
Abbiamo già accennato al fatto come l’intolleranza al lattosio può essere di tipologia ed origine diversa e, come tale, affrontata in maniera differente anche dal punto di vista della terapia e della dieta. Il caso più raro e anche quello più grave è quello dell’intolleranza primaria, dove l’assenza dell’enzima lattasi è totale e dovuta a fattori genetici o congeniti e quindi non influenzabili. Nei casi più comuni, invece, l’intolleranza è di tipologia secondaria, ovvero legata a cause contingenti e tendenzialmente transitorie, spesso legate a stati di sofferenza dell’apparato digerente o anche a cause esterne di cui costituiscono un effetto collaterale.

Diverso è invece il caso dell’intolleranza al latte che si manifesta nei neonati e nei bambini, una situazione piuttosto diffusa che si calcola interessi circa il 2% dei piccoli con meno di un anno. L’intolleranza nasce da una situazione “inversa” rispetto a quella degli adulti in cui la produzione di enzima si deteriora con il tempo: nel bambino, cause esterne o interne connesse alla sua crescita gli rendono difficile iniziare la produzione dell’enzima. Tale intolleranza si manifesta più facilmente con il latte artificiale, rispetto a quello materno, ed è semplicemente non prevedibile. Si manifesta soprattutto nel primo trimestre di vita ed in genere rientra del tutto entro il primo anno.

Dieta e terapia

Come affrontare una intolleranza? Va subito detto che la terapia no può che passare dalla limitazione nell’assimilazione di alimenti ricchi di lattosio, latte e derivati in primo luogo. Naturalmente, la rigorosità dell’applicazione di questa regola e il possibile tentativo di ristimolare il corpo alla produzione di lattasi reintroducendo gradatamente alcuni alimenti, dipende dal fatto che l’intolleranza sia primaria o secondaria. Conseguente a tale considerazione, dunque, deve essere la dieta atta ad affrontare l’intolleranza. Cosa non mangiare, dunque? Oltre a latticini, formaggi e gelati, l’attenzione va anche posta su tutti gli alimenti che prevedono l’utilizzo del latte nella loro preparazione, come dolci o biscotti, ma anche snacks, pane, condimenti e persino alcuni medicinali. Occorre anche verificare quei cibi che subiscono trattamenti conservanti che prevedono l’uso del lattosio come additivo, cosa che accade abbastanza comunemente con gli insaccati. Lo yogurt, invece, grazie alla sua fermentazione, è in genere meglio tollerato. A supporto degli intolleranti, sono disponibili in commercio prodotti “delattosati”, ovvero nei quali il lattosio è presente per la maggior già separato in glucosio e galattosio.

Photo Credit: Stefan Kühn, Roberta F.


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Commenti

  • adriana cantisani

    Bisognerebbe specificare che non tutti i latticini contengono naturalmente lattosio quindi eliminarli dalla dieta non è necessario. Alcuni formaggi (ad esempio parmigiano reggiano, tomino, gorgonzola, emmenthal, ed altri) non contengono lattosio. Per sapere quanto lattosio contiene un prodotto basta leggere l’etichetta. Sotto “carboidrati …di cui zuccheri” un valore pari o inferiore allo 0,4g è normalmente ben tollerato da chi non può assumere il lattosio, in quanto (quasi) lactose-free.

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