Abiti usati: come riciclarli e scambiarli

Quanti abiti non indossiamo più? Riciclandoli si riduce la mole di rifiuti e le emissioni di CO2. H&M ed Intimissimi promuovono la raccolta di abiti usati e nascono nuove attività di lavoro fondate sul restyling di abiti usati.

Raccolta abiti usati

Riciclo di abiti, un atto dovuto all’ambiente

Ad ogni cambio di stagione corrisponde un cumulo di abiti ammassati di cui decidere che fare. Erano in fondo all’armadio, inermi, ad attendere che te ne ricordassi. Per evitare che la stagione successiva facciano la stessa fine è meglio destinarli ad associazioni caritatevoli o alla raccolta negli appositi box gialli.
Le 80.000 tonnellate di abiti raccolti costituiscono un tesoro inestimabile per il riciclo ed il riuso.
Vediamo perché.
Secondo lo studio di un gruppo di ricercatori dell’Università di Copenaghen, diffuso dalla Fondazione sviluppo sostenibile, riconvertire un chilo di rifiuti tessili può ridurre di 3,6 chilogrammi le emissioni di CO2, di 6mila litri il consumo di acqua, di 0,3 chilogrammi l’uso di fertilizzanti e di 0,2 chilogrammi quello di pesticidi. E se la raccolta fosse fatta in modo corretto, si potrebbe recuperare dai 3 ai 5 chilogrammi l’anno di rifiuti tessili altrimenti destinati al novero dei rifiuti indifferenziati.

Meno moda rifiutata, più moda riciclata

Lunga vita alla moda, questa l’headline della campagna lanciata da H&M.
La raccolta di abiti usati presso i negozi H&M si pone un obiettivo: salvare la moda dal “garbage”. Per ogni borsa di abiti usati, di qualsiasi qualità e marca (anche la loro condizione non ha importanza), H&M ti assegna un buono sconto di €5 da utilizzare per il prossimo acquisto. I proventi sono donati alla H&M Conscious Foundation che li destinerà ad organizzazioni benefiche locali e a sostegno di progetti di ricerca e sviluppo nell’ambito di materiali tessili (per ogni kilogrammo di abiti raccolti verranno donati 0,02 euro ad un’organizzazione benefica locale).
Le parole chiave fanno parte di un disegno molto chiaro: reindossare, riutilizzare (sotto forma di stracci per la pulizia, per esempio), riciclare (convertire in fibre tessili, materiali assorbenti, isolanti per l’industria automobilistica), energia (produrre energia dai prodotti tessili).


Intimissimi sceglie una strada simile. In cambio di capi di vecchia biancheria di qualsiasi marca (pigiami, reggiseni, magliette e slip) ottieni un voucher spendibile nell’arco di sei mesi in tutti i punti vendita del brand.

Condivisione di abiti, Dress-crossing e Dress-sharing

Pochi soldi in tasca ma la voglia di griffe è irrefrenabile? Basta costituire un gruppetto di fashion victims con simili gusti e taglie, comprare con cassa comune, così da avere gli oggetti del desiderio senza finire sul lastrico. Questa è l’idea di quattro ragazze londinesi, Layla, Emily, Sophie e Rachel. Una tendenza chiamata dress-crossing che permette a più persone di condividere abiti di alta qualità e, nel contempo, dona ad ogni capo molteplici vite, quante sono le personalità che lo avranno indosso.
La domanda sorge spontanea: come si fa a trovare un accordo su cosa acquistare? Sophie e le altre sono concordi nell’indirizzare l’investimento su capi che diventeranno dei classici. E per evitare accapigliamenti: vince, aggiudicandosi un dato capo, chi ha un appuntamento più importante oppure si stabiliscono dei turni.
Dal dress-crossing derivano la moda delle borse in affitto su internet e lo Swap Party, una festa del baratto a costo zero. Niente bancarelle o mercatini, il tutto avviene in casa e tra amiche. Ognuna fornisce abiti ed accessori, ma anche libri, dischi e ciò che solitamente finisce nel lato oscuro dell’armadio. Per le pigre, lo swapping è anche online, l’importante è risparmiare.
Poi c’è il dress-sharing o rent-à-porter. In Italia il primo punto di condivisione made in Italy è a Brescia: eGo, Eco Guradaroba Organizzato. Chi aderisce all’associazione ha diritto ad usufruire di sette vestiti diversi ogni settimana.

Vecchi abiti, nuova forma

Borgo San Frediano a Firenze ha una fitta tradizione bottegaia.
In questo borgo trova spazio una piccola bottega, Re-cyclo,  dedicata al restyling di abiti usati altrimenti destinati ad essere prigionieri dell’armadio, inutilizzati, o peggio alla spazzatura.
Yujin e Natalia, provenienti da capi opposti del mondo, Corea e Colombia, coltivano entrambe la passione della moda, lavorano in un negozio di moda a Firenze, dove si incontrano e coltivano quest’idea. La loro intuizione fa capo alle virtuose esperienze dei paesi del Nord Europa dove è diffusa la filosofia del riciclo e la concezione che un vecchio capo possa risorgere a nuova vita. In Italia la loro è un’attività quasi pioneristica, c’è una sorta di diffidenza in merito al riciclo di abiti vecchi. Ciò, però, non ha scoraggiato Yujin e Natalia. La loro bottega è, piuttosto, diventata un punto di riferimento per chi vuole imparare come essere stilista di sé stesso. Qui si fa pratica producendo vestiti a partire da stoffe nuove o recuperate; trasformando abiti vecchi in capi all’ultimo grido; a suon di corsi di taglio e cucito, cucito a mano, a macchina e carta modelli.
La crisi, dicono, potrebbe divenire un’occasione d’oro, perché il recupero, il riuso ed il riciclo sono cardini di un’economia in crisi.

Restyling abiti usati


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