Poesie e filastrocche di Carnevale: la festa nella penna dei poeti

Poesie e filastrocche di Carnevale per bambini della scuola primaria e materna: la festa dello scherzo e del gioco, della finzione e dell'imprevisto raccontata dai grandi poeti

Carnevale

Il Carnevale sembra un tema “leggero” per una poesia. E invece quella sua allegria e quella sua finzione quasi “forzata” può essere anche profondamente malinconica e riflessiva, mettendo davanti all’uomo l’eterna contrapposizione tra realtà e fantasia. Ecco perché, a dispetto di tutto, il Carnevale è sempre stato fonte di ispirazione forte per i poeti, specialmente quelli popolari. Fra questi spicca Gianni Rodari,  il grande scrittore, poeta e pedagogista lombardo, che ha dedicato al Carnevale, così vicino ai temi a lui congeniali della letteratura per ragazzi, numerosi scritti e componimenti, alcuni assai divertenti, altri decisamente profondi. Ma anche altri gradi firme della poesia italiana hanno preso spunto dal Carnevale: tra loro ne abbiamo scelti alcuni, senza che gli altri si offendano, beninteso. Ma solo per stuzzicare la curiosità alla ricerca, magari, di altre “perle” poetiche dedicate alla Festa in maschera più famosa del mondo.

Eugenio Montale – Il Carnevale di Gerti

Se la ruota si impiglia nel groviglio
delle stelle filanti ed il cavallo
s’impenna tra la calca , se ti nevica

Eugenio Montale
fra i capelli e le mani un lungo brivido
d’iridi trascorrenti o alzano i bambini
le flebili ocarine che salutano
il tuo viaggio e i lievi echi si sfaldano
giù dal ponte sul fiume
se si sfolla la strada e ti conduce
in un mondo soffiato entro una tremula
bolla d’aria e di luce dove il sole
saluta la tua grazia-hai ritrovato
forse la strada che tentò un istante
il piombo fuso a mezzanotte quando
finì l’anno tranquillo senza spari.

Ed ora vuoi sostare dove un filtro
fa spogli i suoni
e ne deriva i sorridenti ed acri
fumi che ti compongono il domani;
ora chiedi il paese dove gli onagri
mordano quadri di zucchero dalle tue mani
e i tozzi alberi spuntino germogli
miracolosi al becco dei pavoni.

(Oh, il tuo carnevale sarà più triste
stanotte anche del mio , chiusa fra i doni
tu per gli assenti: carri dalle tinte
di rosolio , fantocci ed archibugi,
palle di gomma , arnesi da cucina
lillipuziani: l’urna li segnava
a ognuno dei lontani amici l’ora
che il gennaio si schiuse e nel silenzio
si compì il sortilegio.
E’ carnevale o il dicembre s’indugia ancora?
Penso che se muovi la lancetta al piccolo
orologio che rechi al polso , tutto
arretrerà dentro un disfatto prisma
babelico di forme e di colori…)

E il natale verrà e il giorno dell’anno
che sfolla le caserme e ti riporta
gli amici spersi e questo carnevale
pur esso tornerà che ora ci sfugge
tra i muri che si fendono già.
Chiedi tu di fermare il tempo sul paese
che attorno si dilata?
Le grandi ali screziate ti sfiorano , le logge
sospingono all’aperto esili bambole
bionde , vive , le pale dei mulini
rotano fisse sulle pozze garrule.
Chiedi di trattenere le campane
d’argento sopra il borgo e il suono rauco
delle colombe? Chiedi tu i mattini
trepidi delle tue prode lontane?

Come tutto si fa strano e difficile
come tutto è impossibile , tu dici.
La tua vita è quaggiù dove rimbombano
le ruote dei carriaggi senza posa
e nulla torna se non forse
in questi disguidi del possibile.
Ritorna là fra i morti balocchi
ove è negato pur morire; e col tempo che ti batte
al polso e all’esistenza ti ridona,
tra le mura pesanti che non s’aprono
al gorgo degli umani affaticato,
torna alla via dove con te intristisco
quella che mi additò un piombo raggelato
alle mie , alle tue sere:
torna alle primavere che non fioriscono.

Gianni Rodari (1920 - 1980)
Gianni Rodari (1920 - 1980)

Gianni Rodari – Filastrocca di Carnevale

Carnevale in filastrocca,
con la maschera sulla bocca,
con la maschera sugli occhi,
con le toppe sui ginocchi:

sono le toppe d’Arlecchino,
vestito di carta, poverino.
Pulcinella è grosso e bianco,
e Pierrot fa il saltimbanco.
Pantalon dei Bisognosi
Colombina, dice, mi sposi?
Gianduia lecca un cioccolatino
e non ne da niente a Meneghino,
mentre Gioppino col suo randello
mena botte a Stenterello.
Per fortuna il dottor Balanzone
gli fa una bella medicazione,
poi lo consola: E’carnevale,
e ogni scherzo per oggi vale.

Gianni Rodari – Il vestito di Arlecchino

Per fare un vestito ad Arlecchino
ci mise una toppa Meneghino,
ne mise un’altra Pulcinella,
una Gianduia, una Brighella.
Pantalone, vecchio pidocchio,
ci mise uno strappo sul ginocchio,
e Stenterello, largo di mano
qualche macchia di vino toscano.
Colombina che lo cucì
fece un vestito stretto così.
Arlecchino lo mise lo stesso
ma ci stava un tantino perplesso.
Disse allora Balanzone,
bolognese dottorone:
Ti assicuro e te lo giuro
che ti andrà bene il mese venturo
se osserverai la mia ricetta:
un giorno digiuno e l’altro bolletta!.

Gianni Rodari – Scherzi di Carnevale

Carnevale,
ogni scherzo vale.

Mi metterò una maschera
da Pulcinella
e dirò che ho inventato
la mozzarella.

Mi metterò una maschera
da Pantalone,
dirò che ogni mio sternuto
vale un milione.

Mi metterò una maschera
da pagliaccio,
per far credere a tutti
che il sole è di ghiaccio.

Mi metterò una maschera
da imperatore,
avrò un impero
per un paio d’ore…

Tito Marrone – Dialogo di giovedì grasso

Tito Marrone (1882 - 1967)
Tito Marrone (1882 - 1967)
Marchesa, permette?
Forse è incomoda l’ora…
Ma come? Siete
voi caro abate.
Coraggio: avanti.

Mi perdonate,

se mi presento senza
parrucca e senza guanti?
Oh, confidiamo ancora
nella vostra clemenza!
Ma venite in cattivo punto. – In cattivo punto?
Prendetevi una sedia.
Grazie. La cerco…
senza trovarla. Quel maledettissimo
padron di casa è un pezzo che gioca la commedia
di lasciarrni così. – Rimango in piedi,
dal mattino alla sera, dalla sera al mattino,
adorator perpetuo della vostra bellezza!
Voi siete la fenice degli abati galanti
Per carità marchesa:
senza la mia parrucca e senza i guanti…
Oh non è nulla! Io stessa
sono fuori di me,
caro abate, perché…
Ma, prima:
vi ricordate l’abito
pompadour, che di Francia
mi recò mio marito
centotrent’anni fa,
che indossai l’ultima
volta al ballo dogale? – Mi ricordo
che quella sera volli baciarvi sulla guancia
(tanto eravate bella!)
e fui percosso dal ventaglino di madreperla.
Ricordate anche troppo.
Or quella veste e quel ventaglio miniato
quando per economia
venni ad abitar qui, li lasciai nella mia
dimora, alla Ca’ d’oro,
chiusi dentro un armadio intarsiato,
accanto a’ bei gioielli
lasciatimi in eredità dai Loredano…
Poco fa, prima
che voi foste venuto,
colpita dallo strano
rumore della via,
schiudo la gelosia,
mi affaccio… e vedo
una maschera a braccetto
d’un abatino buffo e svenevole,
vestita con la bella mia veste pompadour!
Marchesa l’avventura
non è molto piacevole;
ma se vi dicessi che quell’ abatino
portava la mia bella parrucca incipriata?
Davvero? – Certo. La riconobbi
quando mi urtò, passandomi vicino
con la sua goffa dama imbellettata…
Oggi le maschere
vanno a spasso:
mi dicono che sia giovedì grasso.
I vivi si divertono, e i morti si dan pace.
Abate mio… – Marchesa?
Non m’offrite una presa
del vostro buon tabacco d’un tempo? – Mi dispiace,
ma ho dato via
la tabacchiera. Faccio economia…

Roma. 1 aprile 1905

Trilussa – La Maschera

Carlo Alberto Sustri, alias
Carlo Alberto Sustri, alias "Trilussa" (1871 - 1950)
Vent’anni fa m’ammascherai pur’io!

E ancora tengo er grugno de cartone
che servì p’annisconne quello mio.
Sta da vent’anni sopra un credenzone
quela Maschera buffa, ch’è restata
sempre co’ la medesima espressione,
sempre co’ la medesima risata.

Una vorta je chiesi: E come fai
a conservà lo stesso bon umore
puro ne li momenti der dolore,
puro quanno me trovo fra li guai?
Felice te, che nun te cambi mai!
Felice te, che vivi senza core! –
La Maschera rispose: E tu che piagni
che ce guadagni? Gnente! Ce guadagni
che la gente dirà: Povero diavolo,
te compatisco… me dispiace assai…
Ma, in fonno, credi, nun j’importa un cavolo!
Fa’ invece come me, ch’ho sempre riso:
e se te pija la malinconia
coprete er viso co’ la faccia mia
così la gente nun se scoccerà… –
D’allora in poi nascónno li dolori
de dietro a un’allegia de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l’umanità!

Ugo Betti – Pagliaccio

Ugo Betti (1892 - 1953)
Ugo Betti (1892 - 1953)
Ed ecco un flauto si mette a suonare.
Allora un pagliaccio rosso
coperto di campanellni
esce a ballare con lazzi ed inchini!
E tenta una capriola…
Fa finta di farsi male…
Ride…
Si drizza con un salto mortale!
Poi s’arrampica, come fa il gatto
per acchiappare i pipistrelli!
E poi fa finta di ruzzolare,
perchè ridano tutti quanti.


Vedi altri articoli su: Carnevale in Italia | Carnevale per bambini | Cultura | Feste e ricorrenze | Filastrocche |

Commenti

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *