Elio Fiorucci, abito della coltivatrice d’orto
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Workwear (Abiti da Lavoro): fa il giro del mondo la mostra italiana sui mestieri del futuro

Una mostra che ci fa compiere un viaggio nel lato più magico e da sogno delle professioni.

Di questi tempi, tra crisi economica, Brexit, mercati finanziari impazziti e incertezza nell’industria, quello del lavoro è un tema quanto mai delicato. Quando si pensa ad esso o se ne parla, lo si fa solo nei suoi termini più concreti: stipendi, orari, mansioni, pensioni, ma anche, purtroppo, cassa integrazione, licenziamenti, disoccupazione. Quel che è certo è che del lavoro si è persa la dimensione del “sogno”, il sogno di poter prestare la propria opera a qualcosa di magico o fantastico. Un po’ come si faceva da bambini, quando si immaginava cosa fare da grandi e accanto ai classici “astronauta” e “maestra” i più creativi inventavano mestieri impossibili ma per i quali, tuttavia, si sentiva una certa vocazione.

Del resto, il lavoro oggi è legato al presente, ma non è escluso che in futuro possano diventare realtà proprio quei lavori immaginati dai bambini più fantasiosi. In effetti, vi siete mai chiesti quali potrebbero essere i mestieri di domani? Niente vieta che, oltre ai tradizionali medici e ingegneri, possano esserci lavori che oggi ci sembrano al limite della realtà, come il “Pittore di Sogni” o il “Portatore di Buone Notizie”.

Una mostra oggi ci fa compiere un viaggio nel lato più magico e da sogno delle professioni. Si chiama Workwear (Abiti da Lavoro) e, promossa dalla Fondazione la Triennale di Milano, nasce da un’idea del designer Alessandro Guerriero, presidente della Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) di Milano. Dopo la permanenza nelle sale della Triennale, all’inizio di quest’anno ha varcato i confini del nostro Paese e attraversato l’oceano Atlantico, toccando New York e Chicago, dove è attualmente in esposizione presso il Columbia College. Il suo viaggio non si fermerà: sono infatti in agenda altre tappe in Canada.

Un viaggio tra sogno e realtà

Non aspettatevi uniformi professionali: le creazioni di Workwear (Abiti da Lavoro) sono un viaggio tra mestieri immaginari, creati da menti che osservano in maniera creativa il presente o che sognano un futuro fantastico. Oggetti a metà tra fashion e design, arte e architettura, segno di una commistione di creatività che prende spunto dall’industrializzazione, la manualità, la globalizzazione e la moda per un’interpretazione personale di quello che oggi vuol dire lavoro e quello che questa parola potrà voler significare domani.

Quaranta gli artisti e designer coinvolti nel progetto, tra cui nomi illustri come Vivienne Westwood, Issey Miyake, Angela Missoni e il compianto Elio Fiorucci, insieme a Afran, Rodrigo Almeida, Alberto Aspesi, Gentucca Bini, Denise Bonapace, Andrea Branzi, Cano, Nacho Carbonel, Klaudio Cetina, COOP HIMMELB(L)AU, Dea Curic, Nathalie Du Pasquier, Nuala Goodman, Matteo Guarnaccia, Daniele Innamorato, Mella Jaarsma, Toshiyuki Kita, Guda Koster, Colomba Leddi, Antonio Marras, Franco Mazzucchelli, Alessandro Mendini, Amba Molly, Frédérique Morrel, Margherita Palli, Lucia Pescador, Clara Rota, Andrea Salvetti, Nanni Strada, Tarshito, Faye Toogood, Otto von Busch, Allan Wexler, Erwin Wurm e Melissa Zexter.

Designer illustri, sarti speciali

Il loro lavoro creativo si è unito a quello di realizzazione pratica di altri, speciali, partecipanti al progetto, i ragazzi di Arkadia Onlus, organizzazione educativa che lavora con ragazzi con disabilità.

Ecco come Alessandro Guerriero, incontrato in occasione dell’inaugurazione della mostra a Chicago, ci ha spiegato la realizzazione del progetto: «L’idea è nata all’interno della non-scuola Tam Tam (laboratorio di condivisione di idee fondato dal designer nel 2012, ndr), dove è stato sviluppato il progetto base. Poi, abbiamo coinvolto una serie di artisti e designer, a cui abbiamo chiesto di progettare su carta le loro personali visioni di alcuni “mestieri” da noi indicati e che ci hanno risposto tutti con molto entusiasmo. A questo punto è venuta la resa pratica, ossia la realizzazione sartoriale dei disegni: questa è stata affidata ai ragazzi della onlus Arkadia. Ragazzi speciali, che con le loro mani e con l’aiuto volontario di parenti e amici, e con macchinari e materiali recuperati o donati gratuitamente, hanno fatto un lavoro davvero straordinario. Il risultato è un progetto a metà tra sogno e realtà, che, grazie all’aiuto della Fondazione Triennale di Milano, promotrice della mostra, a Milano è stato visto e apprezzato da un folto pubblico e che adesso ha attraversato l’oceano per far sognare anche un pubblico internazionale».

Dall’Italia agli USA

E sull’interesse del pubblico ha speso parole entusiastiche anche Andrea Cancellato, direttore della Fondazione la Triennale di Milano: «In Italia l’esposizione ha suscitato un grande interesse e non me ne stupisco, perché le creazioni di cui si compone sono tutte di alto livello, sono oggetti d’arte a tutti gli effetti. Naturalmente, la partecipazione di grandi nomi del design come Elio Fiorucci, Vivienne Westwood o Antonio Marras, fa anch’essa da importante richiamo. A New York siamo stati ospitati dalla prestigiosa Parsons School of Design ed ora, dopo Chicago, ci sposteremo in Canada, toccando Toronto e Montreal».

I sogni corrono veloci come il vento e tutti, oggi forse ancor di più, abbiamo voglia di far volare la nostra immaginazione.



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