Inviato di guerra: un mestiere per donne

Le giornaliste inviate nei Paesi in guerra sono sono sempre più numerose, anche tra le professioniste italiane. C'è differenza nel raccontare la guerra da un punto di vista femminile?

I paesi in guerra o in gravi situazioni di crisi e di conflitti interni sono moltissimi. Troppi.

Secondo recenti studi, citati anche dall’Atlante delle guerre e dei conflitti i 193 Paesi che siedono all’Assemblea delle Nazioni Unite sono per la maggior parte coinvolti in guerre, situazioni di crisi o di conflitti interni. Al di là infatti dei conflitti più noti, dalla Palestina all’Iraq, dalla Siria alla Cecenia, in tutto il pianeta attentati, ritorsioni e rivendicazioni non pacifiche coinvolgono moltissime nazioni e in particolare le periferie più povere del “villaggio globale”.

Questi conflitti sono raccontati anche dai media, spesso grazie alla presenza sul posto di giornalisti e reporter inviati di guerra. Oggi non è più una novità guardare in TV una giornalista donna impegnata nella difficile rappresentazione di un Paese in guerra. Ma fino al recente passato, l’esperienza del racconto bellico, della sopravvivenza nelle trincee e nei campi di prigionia è stata associata ad un’immagine e ad un racconto prevalentemente maschile.
Le prime testimonianze scritte da donne risalgono di fatto alla prima guerra mondiale, come conferma anche il sito www.giornalismoestoria.it.
Ed è proprio all’epoca della grande guerra, iniziata giusto cento anni fa,  che i reportage bellici si arricchiscono di firme come Edith Wharton, famosa scrittrice de “L’età dell’innocenza” e Nelly Bly, accesa giornalista. La prima dal fronte francese e la seconda dalla linea orientale sono tra le prime corrispondenti di guerra ad evitare nei loro resoconti roboanti toni eroici e, seppur con tono e stile diverso, raccontano una quotidianità ferita e resistente.

E sembra essere proprio questa capacità di raccontare la quotidianità nelle situazioni difficili la cifra distintiva femminile, anche tra le inviate di guerra dei tempi moderni.

Se ne è parlato con alcune giornaliste italiane spesso inviate in zone di crisi e di guerra, durante la Tavola Rotonda “I conflitti raccontati dalle donne“, organizzata in collaborazione con la Fondazione Corriere della Sera e l’ISPI, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.

I relatori della Tavola Rotonda I conflitti raccontati dalle donne

Le giornaliste intervenute, Maria Giannini di Radio RAI, Lucia Goracci di RaiNews24, Emanuela Zuccalà, giornalista di Io Donna sono concordi nel ritenere che l’unica vera differenza nel racconto di un inviato di guerra donna è la più facile accessibilità all’intimità delle donne coinvolte nei conflitti.
Lucia Goracci ad esempio ha raccontato di quando a Misurata, in Libia, fu l’unica giornalista che, proprio perché donna, ottenne l’autorizzazione a realizzare interviste con le donne del luogo.

Può esserci, raccontano le reporter, un modo femminile di raccontare la guerra. di assumersi rischi, vantaggi e svantaggi nel trovarsi, da giornaliste e da donne, a contatto con società dalle culture arcaiche.
Maria Giannini sottolinea anche le uguaglianze, la paura, ad esempio, è identica per uomini e per donne. La sensibilità non è una prerogativa solo femminile.

Emanuela Zuccalà ricorda che nella rincorsa verso la parità sono sempre più numerose anche le donne soldato e che nei recenti racconti dei conflitti, si dà più spesso voce ai profughi, ai rifugiati, alle donne e alla fine dei diritti da loro faticosamente acquisiti. Sono dunque più numerose anche le donne protagoniste, le donne che raccontano

I conflitti raccontati dalle donne_tavola rotonda a Palazzo Clerici
I conflitti raccontati dalle donne. Tavola rotonda a Palazzo Clerici, Milano

Importante anche il ricordo di Oriana Fallaci, la prima donna italiana corrispondente di guerra: in Vietnam, Pakistan, Sud America e Medio Oriente scrisse più di 800 pezzi per varie testate giornalistiche. In Vietnam le giornaliste accreditate erano circa 70. La Fallaci riuscì a far emergere la drammaticità di quella guerra attraverso incontri e interviste con tante persone.
Scrisse in Saigon e così sia “Ho parlato coi soldati americani e coi  prigionieri nordvietnamiti, coi cittadini cambogiani e coi generali sudvietnamiti, coi diplomatici delle ambasciate e con la gente per strada. Ho vissuto di nuovo le paure, i disagi, le angosce
che inevitabilmente accompagnano un giornalista alla guerra e ho visto creature morire dinanzi ai miei occhi”

La guerra tira fuori il peggio di ogni essere umano.  Eppure le giornaliste raccontano come nei campi profughi siano proprio le donne a cercare di ritrovare o conservare una sorta di normalità, attivandosi da subito per procurarsi acqua e cibo, iscrivere i figlia a scuola e così via.

Ciò che manca nei media, secondo i pareri raccolti, è il racconto delle buone pratiche, di ciò che di positivo resta durante e dopo il conflitto.
Il rammarico delle inviate di guerra è proprio quello di doversi a volte limitare ad inseguire la cronaca, senza avere spazio a sufficienza nei media per approfondire, per raccontare le conseguenze, l’impatto dei conflitti sulla quotidianità dei civili.

Mary Colvin, giornalista del Sunday Times, morta nel 2012 durante la guerra civile in Siria, ha scritto: “…gli uomini giocano con le armi sin da bambini, ma la guerra non sono le armi o le battaglie, ma le persone“.


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