Homo Naledi: la straordinaria scoperta che riscrive la storia

Ritrovate in Sudafrica i resti di una “specie” umana vissuta due milioni e mezzo di anni fa e che sembra capace di “pensiero”. Perché quello che è successo a Maropeng era “impossibile” per la scienza?

Lo hanno battezzato Homo Naledi utilizzando in modo molto affascinante e poetico un termine che nella lingua locale significa “stella”. E d’altronde, l’intricato insieme di grotte all’interno delle quali è stato pazientemente rinvenuto con un minuzioso lavoro di recupero durato oltre due anni, si chiama Rising Star – stella nascente – all’interno dello straordinario sito archeologico di Maropeng, a circa 50 kilometri da Johannesburg e già indicato dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. La sua scoperta sta sconvolgendo il mondo scientifico internazionale e, diciamolo pure, è in grado di affascinare ogni uomo, costretto da questo piccolo scheletro ricostruito pezzo per pezzo a riprendere la riflessione sulla sua origine, sul mistero della sua vita e, in ultima analisi, sul suo destino. Lee Berger, paleoantropologo e ricercatore della Wits University di Johannesburg nonché responsabile e coordinatore del team internazionale di esperti – che comprende anche l’italiano Damiano Marchi dell’Università di Pisa, ha finalmente presentato alla comunità la sua eccezionale scoperta: un “tesoro” fossile di oltre 1.500 ossa che risalgono ad ominidi, progenitori della specie umana, vissuti in periodo che si può collocare in circa due milioni e mezzo di anni fa, ovvero molto prima di qualunque altro “Homo” rinvenuto fino ad ora.

Un uomo capace di “cognizione di sé”

Quello che rende ancora più eccezionale la scoperta sono le condizioni in cui questa è stata fatta. I resti sono stati rinvenuti in una grotta a quaranta metri di profondità in un ambiente in cui nessun altro fossile di diverso tipo era presente. In pratica, tutto lascia pensare che non si tratti altro che di un vero e proprio cimitero, ovvero che quegli individui siano stati volontariamente sepolti lì dai loro simili. Una deduzione che, se confermata, rivoluzionerebbe tutta la storia evolutiva del genere umano. E’ evidente infatti che solo una specie in grado di “pensare”, di avere la percezione del valore della vita e del corpo, delle relazioni familiari e quindi, in ultima analisi, del mistero di cui la vita stessa consiste, potevano porsi il problema di seppellire i propri simili. Insomma, l’Homo Naledi era capace di un “cultura” – nel senso più originale del termine – oltre due milioni di anni prima dell’Homo Sapiens che, fino ad ora, si riteneva il primo stadio evolutivo dell’uomo in cui l’uomo stesso aveva assunto cognizione di sé. Difficile dire a quale livello si ponessero le capacità “umane” dei Naledi, se cioè avessero costruito una ritualità o addirittura un linguaggio di comunicazione, ma quel che è certo è che la portata della scoperta è evidentemente enorme, anche perché non solo non ne era mai stata una simile, ma in più per la conoscenza scientifica “ad oggi” essa era semplicemente impossibile.

Le donne protagoniste della scoperta

Dai resti si è ricostruito uno scheletro completo di Homo Naledi ed anche questa è una scoperta. Se infatti il cranio, le spalle ed il bacino si avvicinano più a quelli del gorilla, la dentatura, le gambe e soprattutto i piedi sono sorprendentemente simili all’uomo di oggi. Il fatto confermerebbe l’ipotesi già adombrata in passato che sia proprio l’Africa australe il punto di origine primigenio della specie umana, poi propagatasi in tutto il pianeta. Infine, un’ultima annotazione che non può che essere pertinente per il nostro pubblico: la straordinaria scoperta è stata resa possibile grazie ad una squadra di donne-speleologo. Infatti, quando si sono imbattuti in tratti di grotta estremamente angusti, Lee e il suo team si sono resi conto che solo il corpo minuto di una donna avrebbe potuto superare gli ostacoli ed entrare. Dopo un bando internazionale, sono così state selezionate cinque ricercatrici per compiere la fase “finale” del lavoro di recupero, quella più delicata ed emozionante. Marina Elliot, la prima ad essere arrivata alla grotta, ha recentemente commentato: “La prima volta che sono arrivata nella camera dove c’erano le ossa fossilizzate ho provato una sensazione simile a quella che deve aver provato Howard Carter quando aprì la tomba di Tutankhamon”.


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