Checco Zalone e l’insostenibile dibattito su Quo Vado? Il perché di un successo da 50 milioni

Quo Vado? è il fenomeno cinematografico del momento, nonostante una trama esile che si regge solo sulle doti comiche di Zalone: ma allora da cosa dipende il successo del comico di Capurso?

Checco Zalone - Quo Vado?
Checco Zalone e l'insostenibile dibattito su Quo Vado? Il perché di un successo da 50 milioni

Mentre il mondo si interroga sugli esperimenti nucleari in Corea del Nord, sulle violenze di massa di Colonia, sulla legge sulle armi negli Stati Uniti, l’Italia tutta si interroga sul valore dell’ultimo film di Checco Zalone, Quo Vado?. Un fenomeno da 50 milioni di euro incassati al botteghino in poco più di una settimana, i primi sette solo nel giorno del debutto. Passeremo alla storia come il Paese che ha consegnato al comico di Capurso il record d’incassi della storia del cinema italiano, record che peraltro aveva già conquistato col precedente film Sole a catinelle e che la nuova commedia ha superato con una facilità inimmaginabile. E forse supererà anche i 65 milioni di Avatar infrangendo davvero ogni pronostico.

Il selfie col leone di Checco Zalone in Quo Vado?
Ma la vera sorpresa è che sulla comicità volutamente senza fronzoli di Zalone si apra un dibattito per ascrivere il film ad una parte politica piuttosto che all’altra, per individuarvi un’analisi sociologica più profonda di quella che in realtà lo anima, più banalmente per salire sul carro del vincitore come da tradizione. Tra il serio e il faceto tutti, ma proprio tutti, hanno avvertito l’impellente necessità di dire la loro: dal premier Renzi che ha dichiarato di aver “riso dall’inizio alla fine” al ministro della cultura Franceschini che ne ha elogiato gli effetti sul cinema italiano, passando per i colleghi registi, gli intellettuali o pseudo-tali, i direttori di giornale. E il bello è che nell’analisi di Quo Vado? ci si legge tutto e il contrario di tutto: il populismo e l’antidoto all’antipolitica, l’etichetta di renziano e antirenziano, il qualunquismo e la critica al sistema.

La verità è che Quo Vado? è una commedia gradevole, con poca e blanda satira politica e di costume, che fa ridere e tanto, ma che non ha altre pretese. Con l’italica ossessione per il posto fisso, l’idealizzazione della mamma chioccia, la mancanza assoluta di senso civico e tutte quelle odiose ma irrinunciabili abitudini incrostate nel nostro quotidiano, nell’esaltazione di tutti i nostri peggiori difetti Zalone non fa altro che rifilare battute a raffica che funzionano perfettamente, pur in una cornice tutto sommato già vista, perché non è altro che una raccolta di stereotipi arcinoti e già ampiamente utilizzati dalla commedia italiana.

Checco Zalone con Lino Banfi in Quo Vado?

Il valore aggiunto sta nelle battute ben piazzate, nell’ottimo ritmo, nella capacità di strappare una risata praticamente con ogni scena (pare che Zalone metta alla prova le sue battute in contesti reali prima di inserirle in una sceneggiatura, per capire se funzionano davvero): “Se in un film di 100 minuti di film non ci sono almeno 70 risate lui butta via la sceneggiatura” hanno raccontato Gino e Michele, gli autori di Zelig che lo hanno lanciato in tv, in un’intervista a TvTalk sull’argomento del momento.

Questo è quel che regge per aria una trama esilissima, tutto sommato banale, eppure funzionale allo scopo: far ridere di gusto lo spettatore, sia quello che coglie l’assurdità di certi paradossi sia chi si limita a una lettura superficiale. A fare il successo di Zalone sono la sua cattiveria, che rivolge indistintamente a tutto e a tutti, l’utilizzo intelligente del politicamente scorretto, l’assoluta mancanza di retorica nell’ironizzare su razzismo, parità di genere, identità culturale, fede religiosa. Apparentemente non c’è nulla di sacro per Zalone, che in Quo Vado? rade al suolo ogni forma di perbenismo e lo fa in maniera esilarante, massacrando le minoranze, esaltando il pensiero dominante ma allo stesso tempo rivelandone la pochezza, ironizzando su neri, ebrei, omosessuali (gli “uomini sessuali” d’altronde, li cantava proprio lui), sul ruolo delle donne, sulla mafia, sulla corruzione, sulla cosa pubblica nel suo complesso.

Checco Zalone e il "posto fisso" in Quo Vado?
Se da un lato resta inconcepibile l’esaltazione di Zalone oltre i meriti di una commedia ben scritta e molto efficace sul piano comico (e ben venga Zalone al posto dei cinepanettoni che pretendevano di far ridere a suon di peti e nudità a ripetizione), dall’altra non si capisce l’indignazione più che smodata nei confronti di chi fa la fila per vederla: di film dall’enorme – ed assolutamente immeritato successo commerciale – ce ne sono stati e di peggiori. Certo, il problema è che le risate di Quo Vado? non valgono 50 milioni di incassi, ma qui ci sarebbe da aprire un altro capitolo sulla sponsorizzazione massiccia, sulle operazioni di marketing messe in campo per promuoverlo, sul peso dei colossi TaoDue, Medusa, Mediaset che vi stanno dietro.

Resta il fatto che il parametro per valutare un comico è se fa ridere o meno. Su questo non ci sono dubbi. E bando ai sofismi ingiustificati: a Zalone non frega assolutamente nulla della politica, il suo è uno sguardo disincantato e agnostico, piuttosto è la società civile (e la politica in particolare) a voler mettere a tutti i costi un cappello su quello che si è rivelato, oltre le stesse aspettative di Zalone e del regista Gennaro Nunziante, un grande fenomeno di costume ormai entrato nell’immaginario della comicità italiana.

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