Il rapporto padre e figlio

Per instaurare un buon rapporto padre-figlio è tutta una "Questione di tempo". Intervista a Veronica Arlati, psicologa e psicoterapeuta specializzata in rapporti familiari

  • Alcune scene dal film
Questione di tempo

Da poco uscito in DVD e Blu-ray, Questione di tempo, disponibile in home-video dal 5 marzo, è una storia che ci ha toccato sotto diversi aspetti, non ultimo quello del rapporto padre-figlio. Tim è infatti un ragazzo spensierato che scopre improvvisamente di avere un dono tramandato nel tempo di padre in figlio all’interno della sua famiglia: la possibilità di compiere dei veri e propri sbalzi temporanei, dei salti nel tempo. Inizialmente Tim cerca di utilizzare questo dono per trovarsi una fidanzata, ma scopre con il tempo che questa sua ricerca non sarà poi così facile.
Decide quindi di dedicarsi anche ad altro e tra le varie cose cerca di riallacciare i rapporti con il padre in fin di vita.

Il rapporto padre-figlio è quindi uno dei temi fondamentali di questa pellicola e noi, ispirati dalla trama di questo appassionante film e dalla ricorrenza della festa del papà, abbiamo deciso di contattare Veronica Arlati, psicologa e psicoterapeuta specializzata in rapporti familiari, per confrontarci su come poter individuare la reale attitudine del nostro attuale compagno ad essere un buon padre.

Il rapporto con la famiglia d’origine influenza sicuramente la nostra personalità. Può influire anche sul modo di rapportarci nella famiglia che ci costruiamo da soli?

Le relazioni con la famiglia di origine, quelle che vengono definite relazioni primarie, sono di fondamentale importanza per instaurare un modello relazionale che sarà poi la base delle nostre relazioni future. Il bambino piccolo instaura, prima con la madre e poi anche con il padre, una relazione privilegiata che deve essere in grado di fornire al piccolo quella che viene definita una “base sicura”. Con base sicura si intende una relazione fondamentale in grado di fornire sicurezza al piccolo, soprattutto nei momenti percepiti dal bambino come pericolosi o fonti di stress o emozioni negative: se il care giver è in grado di essere adeguatamente responsivo nei confronti delle esigente del piccolo, questo, sentendosi sicuro, è in grado di esplorare l’ambiente circostante e di acquisire una buona autonomia, certo che quando ne avrà bisogno il genitore sarà lì ad accoglierlo.
Un bambino che ha avuto tali esperienze relazionali primarie positive si crea un modello relazionale mentale (modello operativo interno) positivo e basato sulla sicurezza, pertanto diventerà un adulto con una base relazionale sicura, quindi si sentirà sicuro a livello relazionale, amabile e tenderà ad instaurare relazioni solide e basate sulla fiducia e la sicurezza.
Al contrario, se un bambino non sperimenta una base relazionale sicura potrà instaurare modelli relazionali corrispondenti al tipo insicuro, ansioso o insicuro evitante. Tali modelli relazionali poi, se non intervengono esperienze relazionali in grado di modificarli, possono divenire la base delle relazioni che l’adulto instaura con la sua nuova famiglia, sia con il compagno/a che con i figli.

In particolare, su cosa può influire il rapporto tra un padre ed un figlio maschio?

In particolare il rapporto padre-figlio ha una valenza significativa per quanto concerne l’identificazione e la creazione dell’identità di genere. Ogni bambino, sia maschio che femmina, affronta la “Fase edipica”, fase in cui cerca di conquistare il genitore di sesso opposto ed entra in competizione con il genitore dello stesso genere. In questa specifica fase il bambino si innamora della madre ed è in competizione con il padre per la sua conquista, ma inoltre lo ammira anche perché lui, grande e potente, con il suo modo di fare e di essere è riuscito nella conquista della madre. Il bambino maschio, quindi, necessita di potersi identificare con il papà per poter acquisire la propria identità maschile gradualmente e con il tempo. Inoltre quando un uomo adulto diventa genitore ha acquisito un modello di genitorialità dalla propria famiglia di origine, per cui un neo papà ricorda come suo padre è stato con lui e tende a rimettere in pratica, anche inconsapevolmente, quel modello genitoriale.

Quali sono i “segnali” da considerare e da osservare nel rapporto che il nostro compagno ha con il proprio padre?

Non si può generalizzare in questo campo, ma è possibile rilevare se vi sono difficoltà nella relazione padre-figlio. Ad esempio si può osservare la qualità del rapporto, la capacità di comunicazione e di condivisione emotiva ed anche la modalità relazionale, per cercare di capire se il padre del nostro compagno gli ha fornito una buona “base sicura” che gli ha permesso di sviluppare una certa sicurezza relazionale e un modello genitoriale adeguato.

Osservando questo rapporto, possiamo immaginare che papà sarà il nostro compagno?

Non c’è una linearità così netta e diretta tra padre e figlio per cui se il padre è stato un buon padre allora sicuramente il figlio sarà un buon padre, però ha più possibilità di esserlo. Ciò che accade è che se ci sono problematiche relazionali emotivo-affettive irrisolte nella fase evolutiva: quando un individuo diventa genitore queste problematiche tendono a riemergere e ad acuirsi potendo incidere negativamente sulle capacità genitoriali. Emergono quelli che vengono definiti i “fantasmi”, cioè è possibile che nel vedere il proprio figlio emergano inconsciamente vissuti relativi alla propria relazione di origine che vengono proiettati sul proprio figlio. Quando questi “fantasmi” sono carichi di vissuti negativi finiscono per incidere pesantemente sulla relazione con il nascituro che può essere difficilmente visto per quello che è.

In che modo possiamo intervenire in certe dinamiche familiari senza urtare la sensibilità del nostro compagno?

Perché ci siano una buona genitorialità e un buon rapporto di coppia è indispensabile che ci sia una buona comunicazione nella coppia, che si possa condividere e discutere delle modalità con cui si fa il genitore. La modalità comunicativa è molto importante e non deve assolutamente essere critica né giudicante, entrambi i genitori devono sentire di essere sullo stesso livello, avere la stessa importanza. Pertanto è bene che la donna non si innalzi a giudice imponendo la sua modalità relazionale, perché così facendo finirebbe per far sentire il compagno scalzato del suo ruolo e ciò lo porrebbe sulla difensiva.
La modalità più adeguata è quella di vivere la genitorialità come veramente condivisa: cercare di condividere i pensieri, le emozioni, le difficoltà… e ragionare insieme su come poterle risolvere ed affrontare. In una coppia sono fondamentali sia la comunicazione che la capacità di ascolto e il cercare di prendere decisioni condivise.


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