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Pensioni quota 100: perché è a sfavore delle donne?

Insieme al reddito di cittadinanza è uno dei provvedimenti economici bandiera del governo gialloverde, rivendicato più dalla Lega di Salvini che dal Movimento 5 Stelle di Di Maio, ma le pensioni quota 100 non sono necessariamente un bene per la platea femminile.

Il meccanismo anticipatorio previsto per quello che viene comunemente indicato come il “superamento della Legge Fornero” in materia pensionistica è apparentemente semplice: sommando età e anni di lavoro, la nuova quota 100 permette di andare in pensione al raggiungimento di 62 anni di età e 38 di contributi.

Per chi ha maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2018, sarà possibile andare in pensione già dal 1° aprile 2019, mentre per chi li raggiunge nel corso dell’anno o entro il 2012, la finestra mobile per il pensionamento si aprirà tre mesi dopo la data di ottenimento dei requisiti.

Ad esempio, una lavoratrice che ha già compiuto 62 anni e ha già 38 anni di contributi o li raggiunge entro febbraio, potrà ritirarsi il 28 maggio.

Per quanto riguarda gli impiegati del pubblico impiego, invece, la prima data utile per la pensione è il 1° agosto 2019 per chi ha già maturato i requisiti al momento dell’entrata in vigore del decreto, mentre chi non li ha ancora raggiunti dovrà aspettare 6 mesi dopo la data in cui li maturerà (con preavviso di sei mesi da dare all’amministrazione presso la quale si lavora).

Sin dalla presentazione del decretone su pensioni e reddito di cittadinanza sono emerse però le prime criticità relative alla condizione delle donne, soprattutto perché il decreto del governo prevede la proroga della cosiddetta “opzione donna, ovvero l’istituto sperimentale per il pensionamento anticipato per le donne, che resta valida anche nel 2019.

Maturano il diritto alla pensione anticipata le lavoratrici che avranno maturato, entro il 31 dicembre 2018, un’anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni e hanno almeno 58 (se lavoratrici dipendenti) o 59 anni d’età (autonome).

Il loro assegno viene calcolato interamente con il metodo contributivo e la finestra di uscita è la più lontana tra quelle previste, ovvero 12 mesi per le dipendenti e 18 mesi per le autonome.

Secondo le critiche più comuni a questo meccanismo, l’assegno pensionistico di una donna subisce così una penalizzazione che non esiste per un uomo che usa Quota 100 per andare in pensione.

Come ha spiegato all’Adnkronos il professor Alberto Brambilla, esperto in materia pensionistica e presidente del Centro Studi Itinerari previdenziali (oltre che tecnico di riferimento della Lega sull’argomento) all’indomani della pubblicazione del testo in Gazzetta Ufficiale, infatti, “una donna che vada in pensione con questa opzione (di fatto quota 96 considerando il momento effettivo della pensione)” avrà necessariamente “un abbattimento del 25-30% dell’assegno, mentre un maschio che va in pensione adesso con quota 100 non ha nessuna penalizzazione. Anzi. Ci guadagna“.

In sostanza le donne sono penalizzate a causa dell’assegno ricalcolato interamente con il metodo contributivo e delle sole due lunghe finestre d’accesso alla pensione.

Una disparità che non tiene conto, inoltre, del sacrificio delle donne lavoratrici che nella stragrande maggioranza dei casi hanno sulle loro spalle anche il peso della cura della famiglia.

Ecco uno schema realizzato dal Sole24Ore sulle diverse opzioni previste dal decreto su Quota 100, la cui fase sperimentale si concluderà nel 2021.

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Claudia Gagliardi

Lavoro con le parole, soprattutto quelle scritte, sin da quando ho scelto di studiare Comunicazione all’università. Adoro le storie, pensate, raccontate, messe in scena, soprattutto quando attingono da elementi di realtà. Attualmente sono impiegata presso la testata OptiMagazine.com, per cui gestisco il canale Serie Tv e curo la rubrica Serial Stalkers dedicata all’universo delle serie televisive, amministrando anche l'omonima pagina Facebook. Per hobby sono admin della community (Facebook, Twitter, Instagram) Maratoneti di Mentana.

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