La moda nella musica di Verdi: intervista alla fotografa Graziella Vigo

Le opere di Verdi fotografate dall'occhio attento di Graziella Vigo, dalla cui sensibilità è nata la mostra La moda nella musica di Verdi, esposta a Milano a Palazzo Morando dall'8 ottobre all'8 dicembre

Il Rigoletto, NHK Tokyo, 2001
Il Rigoletto, NHK Tokyo, 2001
  • Il Rigoletto, NHK Tokyo, 2001
  • La Traviata, Teatro Regio di Parma
  • La Traviata
  • Il Rigoletto
  • La Traviata, particolare
  • Traviata
  • Rigoletto
Graziella Vigo, fotografa e giornalista milanese di fama mondiale, mi accoglie nel suo studio vestita di un bianco luminoso. L’occasione è un’intervista sulla sua mostra a Palazzo Morando: La moda nella musica di Verdi, esposta dall’8 ottobre all’8 dicembre 2013, come manifestazione proposta dal Comune di Milano in occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi. Una raccolta di foto scattate durante centinaia di rappresentazioni delle opere di Verdi in tutto il mondo: La Traviata, Otello, Nabucco, Rigoletto, Un ballo in maschera, Falstaff, Macbeth, il Trovatore e l’Aida. Meravigliosi costumi, scene corali e protagonisti vestiti di luce. Ma la storia di questa mostra è ben più articolata e vorrei iniziare a fare domande. Prima, però, Graziella mi vuole conoscere e all’improvviso divento io l’intervistata. Poi punta verso di me i suoi occhi color nocciola e capisco perché, grazie alla sua macchina fotografica, riesce a cogliere l’essenza di ciò che ritrae. “Che cosa mi vuoi chiedere?”

Come è nata questa mostra?

Questa mostra raccoglie 7 anni di lavoro, 2 anni alla Scala di Milano, 5 anni al Teatro Regio di Parma, al Metropolitan di New York, all’NHK di Tokio. È stato un grosso lavoro e solo su Verdi. È partita per gli Stati Uniti, dove è stata esposta per 4 mesi al Lincoln Center, invitata dalla New York Public Library, poi è stata un mese a Washington, poi a Boston, infine è tornata a casa, a Milano. Sono stata invitata a esporla dall’assessorato alla cultura del Comune di Milano e io sono molto felice, amo molto Palazzo Morando, che trovo essere una location straordinaria. Devo dire che si è molto compensata: la mostra sta bene lì, e lì sta bene la mostra.

Perchè ha deciso di fare questo lavoro solo sulle opere di Verdi?

Ho cominciato a scattare queste fotografie nel 2000, perché il maestro Muti mi ha invitato alla Scala. Io pensavo di starci due ore e invece ci sono stata due anni, quasi tutte le sere. Il maestro Muti era impegnato nel grande centenario di Verdi e ho fotografato tutte le opere: ho cominciato da lì, senza sapere cosa ne avrei fatto e alla fine ho fatto due libri e tutte queste esposizioni. Sono molto contenta che la mostra sia riapprodata a Milano, da dove è partita.

All’interno dei teatri, in che posizione ha scattato le foto?

Io ho sempre fotografato con il pubblico in sala, perché durante le prove non è possibile. Solo in America si può fotografare la prova generale che è assolutamente perfetta come se fosse la prima! Ho sempre fotografato con il massimo rispetto dei pianissimi della musica, della luce e degli allestimenti. Per esempio alla Scala in fondo alla platea, di fronte al palcoscenico, oppure dal palco reale quando c’era posto, oppure ancora da qualche palco di proscenio quando non c’era gente. Al Metropolitan di New York sempre dalla sala, in un posto molto defilato, perché gli americani non sono abituati a vedere un fotografo in sala. A Tokio è stato l’unico teatro dove ho potuto salire sul palcoscenico. Tra le quinte ho potuto fotografare il Rigoletto ed è stata un bellissima esperienza perché ero a pochi metri da cantanti e attori: ho potuto fare molti particolari degli abiti e delle bellissime scenografie del famoso Rigoletto della Scala.

In alcune foto gli interpreti sono presi di spalle, sembra quasi che la foto voglia far emergere l’abito. È questo l’intento?

No! Non è lo spirito di queste foto, però la mia carriera professionale non può prescindere da 25 anni nella moda! Ho avuto la fortuna di lavorare nella moda negli anni ’80 e ’90, che sono stati i grandi anni della moda italiana. Ho lavorato per tutti i grandi, da Armani a Zegna, ho lavorato per Valentino, per Versace, per Ferrè… Quindi mi è rimasto un occhio speciale sulla bellezza di un abito, su un movimento di un mantello, su un particolare.

In una foto del Nabucco c’è un uomo che cade con la Torah in mano: si vede praticamente solo il cappello. Questo è un modo di scattare attento e veloce che mi arriva dalla grandissima esperienza nella moda. Quando mi occupavo delle sfilate per Vogue Germania facevamo 70.000 scatti all’anno, lavorando a Parigi, New York, Milano… è stata una carriera molto intensa, che mi ha abituato alla velocità della decisione dello scatto, a saper interpretare le luci, perché tu non puoi fare niente, né in una sfilata né in uno spettacolo di teatro. Non puoi intervenire, puoi soltanto essere capace di non tradire questa luce, di non tradire quello che hanno voluto fare il regista e i tecnici della luce. Puoi interpretarla e renderla come la vede la gente. Solo che la gente che guarda un’opera, soprattutto se è colta nella musica, più che guardare, ascolta, a volte chiudono anche gli occhi. Davanti a una foto spesso mi dicono: ma io quest’opera l’ho vista, ma non ho visto questa scena! Per me è normale. C’è uno scatto della Traviata in cui lei esce di scena: è meravigliosa di luce, ma la gran parte della gente non se ne accorge neanche.

Ha colto quindi dei particolari nascosti…

Ci sono molti dettagli che le persone mi dicono di non aver mai visto. Falstaff a Milano con la regia di Strehler: c’è una piccola fotografia dove c’è un uomo con una canna che sembra vestito semplicemente di luce, sembra un quadro di Rembrandt, sembra il ‘600 olandese! Intorno a quell’omino disegnato dalla luce c’erano 30 attori che entravano e uscivano, c’era il coro che cantava, ma io avevo visto quell’omino. Mi sono accorta dopo, quando l’ho stampata: ma questo è un quadro di Rembrandt! C’è la foto della morte di Violetta e l’Annina che piange: è un quadro di Vermeer, la luce è quella. Sono i nostri esperti della luce che in teatro riescono a fare delle cose meravigliose.

A proposito di Falstaff, nella mostra ci sono le foto di tante diverse espressioni del protagonista, diverse dalle foto in cui l’abito sembra protagonista…

Il protagonista delle foto non è mai l’abito, ma è l’interprete. Quelle foto di Falstaff sono particolari e ritagliate a ritratto per catturare l’espressione di questo meraviglioso Falstaff che è Maestri, il più grande Falstaff del Novecento. Perchè è stato possibile? Perchè io sono arrivata al Teatro Verdi di Busseto con i miei obiettivi che usavo negli altri teatri molto grandi, senza sapere che il teatro è piccolissimo e mi sono trovata con un obiettivo con cui negli altri teatri prendevo scene intere, qui era talmente potente che prendevo praticamente solo il viso! È stato molto divertente per me, perché ho potuto fare una sequenza di espressioni di questo grandissimo Falstaff, Ambrogio Maestri.

Nella mostra ci sono foto che spaziano dalla Traviata all’Aida, lei quale preferisce?

Non c’è una preferenza. È proprio direi anche l’andamento dei tempi. In questo momento a Milano ci sono discussioni su certe regie. Perché ambientare un’opera nata per il ‘700 con cappotti e costumi anni ’40 può essere anche molto shoccante per la gente, che vuole ritornare a vedere le opere come sono state scritte e concepite. Per me l’esempio più interessante è stato il Nabucco del Teatro Regio di Parma dove il sacerdote Nabucodonosor è vestito con le tuniche dell’epoca, mentre il coro veste cappotti e calzettoni secondo la moda degli anni ’40 della Germani nazista. È un’interpretazione che può piacere o non piacere. Perché no? Magari non mi piace, ma non vedo perché non si debbano provare delle cose nuove.

Che cosa ha voluto raccontare con questa mostra, oltre alla moda nella musica di Verdi? 

C’è un piccolo misunderstanding qui. Il titolo originale della mostra è “Verdi in scena“. Venendo a Milano,  subito dopo le sfilate e in quella sede di Palazzo Morando, che è dedicato al costume, moda e immagine, mi sembrava giusto dare questo sottotitolo: la moda nella musica di Verdi. Guardiamo anche i vestiti, guardiamo anche con un occhio diverso l’opera. Questa è una mostra molto grande, sono più di 150 immagini, di cui c’è una scelta mirata a Palazzo Morando.

Prima di salutarmi mi mostra qualche foto sul monitor. “Vedi il disegno della luce? Io non ho fatto niente, l’ho solo vista”. Se lo spessore umano e culturale, la professionalità di una fotografa attenta e la sensibilità estetica sono niente…


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