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Il devastante tifone Hayan sulle Filippine

Il fenomeno dei cicloni tropicali nel Mare della Cina non è certamente infrequente, dato che se ne registrano mediamente una ventina ogni anno. Ma il supertifone Hayan che si è abbattuto sulle Filippine l’8 novembre è qualcosa che va oltre ogni normale scala di misurazione in quel campo: se sia stata la tempesta “perfetta”, la più potente e distruttiva della storia è difficile da dire dato che il confronto è pressoché impossibile vista l’assenza di dati certi sul passato, ma forse è questione che ha una importanza assolutamente minima.

Quello che resta è un numero di vittime in continua crescita – il conteggio al momento in cui scriviamo è arrivato a 4.400 morti ma si immagina che l’ordine di grandezza effettivo sia intorno ai 10.000 – intere città distrutte, come Tacoblan, capoluogo della provincia di Leyte che si è trovata nell’occhio del ciclone ed è stata letteralmente rasa al suolo. E una situazione di superstiti sempre più complessa e, in taluni casi, drammatica. Senza contare che il tifone, sebbene abbia perso parte della sua devastante intensità, si sta in queste ore dirigendo verso la Cina e il Vietnam, dove 600.000 persone sono state evacuate per precauzione.

Una tempesta di “categoria 5”

Una catastrofe immane, dunque. Per capirlo basta qualche cifra: lo stato filippino ha stimato come siano state colpite direttamente quasi 1 milione di famiglie, per un totale di 4,5 milioni di persone di cui, fa notare un rilievo dell’Unicef, oltre il 40% sono bambini o ragazzi al di sotto dei 18 anni. Venti misurati a 330 Km/h e onde alte fino a 10 metri hanno completamente distrutto centri abitati di ogni dimensione, città e villaggi assommando alla furia della natura la situazione della popolazione che, in una zona dove la ricchezza media pro-capite è piuttosto bassa, era assai poco preparata ad eventi del genere con case ed edifici spesso costruiti alla bene e meglio.

La zona più colpita si situa nella parte orientale e centrale dell’arcipelago delle Filippine, delle cui circa 7 mila isole Leyte, Samar e Cebu sono state quelle maggiormente colpite dal devastante fenomeno che è stato classificato di “categoria 5”, ossia come “catastrofico” nella scala internazionale di misurazione delle tempeste Saffir-Simpson. Un fenomeno, quello dei tifoni, legato strettamente a particolari situazioni climatiche che si generano nelle acque degli oceani quando queste superano una temperatura di 26 gradi. Un elemento, questo, che lascia davvero molto da pensare, dato che l’innalzamento della temperatura del pianeta, costante negli ultimi anni, sta portando ad un conseguente aumento di quella dei mari. Eventi come questo potranno essere dunque sempre più frequenti nei prossimi anni.

Una lotta contro il tempo

Insomma, una situazione drammatica che, come spesso accade, ha conseguenze che sono la somma di diversi fattori, in parte assolutamente ineluttabili, in parte dovuti all’incuria umana. E che, come sempre, richiede aiuti immediati alla popolazione colpita, anche perché la mancanza assoluta di beni essenziali sta portando ad episodi di saccheggio e a disordini specie nelle periferie della città-fantasma di Tacoblan.

Ecco perché la vicinanza a quelle popolazioni e l’immediato muoversi della macchina degli aiuti internazionali ha una importanza essenziale. E, seppur con i limiti e le difficoltà inevitabili, la macchina si è effettivamente mossa. La Commissione Europea e gli Stati Uniti hanno già stanziato aiuti economici e materiali di notevole rilevanza che si spera arrivino a destinazione in tempi brevi. Anche il Programma Alimentare Mondiale dell’ONU ha detto di essere pronto ad intervenire. La stessa cosa sta facendo il governo italiano.

Quello che può fare ognuno di noi, al di là del contribuire alle diverse raccolte di fondi che da più parti si sono mobilitate per questo scopo, è probabilmente unirsi all’invito di Papa Francesco – che quattro giorni fa ha stanziato a sua volta una ingente somma dalle casse vaticane per le popolazioni colpite – e di pregare con lui per le vittime e per chi ha perso tutto nel disastro.

Anna Invernizzi

Classe 1972, cinque figli e una vita intensa. Laureata in Economia, impiegata, scrivo per passione su tutto quello che mi interessa. In particolare creo contenuti a tema cucina e lifestyle.

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Anna Invernizzi

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