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Afghanistan: donne contro il test di verginità

Lo scorso anno, il presidente afghano Ashraf Ghani, in seguito alle crescenti pressioni delle organizzazioni per i diritti umani, aveva promesso di porre fine all’operazione di controllo della verginità come attività ufficiale, ma non aveva emesso ordini chiari e vincolanti, così, fino ad oggi, la situazione non aveva subito cambiamenti tangibili.

Condannata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come degradante, discriminatoria e non scientifica, la pratica del test di verginità, viene utilizzata per accertare se la donna ha commesso adulterio o ha fatto sesso prima del matrimonio.

Ma il test non può garantire evidenze scientifiche, perché si basa sulla convinzione erronea che la verginità della donna possa essere determinata esaminando l’integrità dell’imene. Si sa, infatti, che alcune donne possono nascere senza imene, ma anche che esso può rompersi durante semplici attività quotidiane, e succede, inoltre, che imeni rimangano intatti dopo l’attività sessuale.

Pur non essendo scientificamente valido, il test ha avuto finora validità giuridica, e, negli anni, molte donne sono state imprigionate con l’accusa di crimini morali per averlo fallito.

Farhad Javid, dell’organizzazione non governativa “Marie Stops International” ha raccontato al Guardian, di essere stato all’interno di una prigione nella provincia di Balkh dove ha potuto constatare che la maggior parte delle donne imprigionate perché dichiarate non vergini hanno tra i 13 e i 21 anni.

Farhad racconta che le condizioni delle celle sono terribili, l’igiene è scarsa e per ogni piccola cella ci sono più di 12 giovani ragazze. Spesso, inoltre, invece di esser trattenute per 3 mesi, come comanda la legge, le ragazze rimangono rinchiuse per più di un anno.

Una volta rilasciate, non finisce il loro calvario: è molto raro che le famiglie le riaccettino, anzi, è piuttosto comune che vengano rinnegate e emarginate.

Ora, dopo una lunga ed estenuante lotta, Marie Stops Afghanistan, insieme ad una coalizione di società civile e leader religiosi, ritiene che un importante passo avanti sia stato assicurato sotto forma di una politica ufficiale di sanità pubblica, che impedirà alla pratica di essere eseguita in ogni clinica e ospedale in Afghanistan.

L’organizzazione si impegnerà, inoltre, affinché la nuova politica venga comunicata e applicata in tutte le strutture sanitarie di ogni provincia afghana, sia in quelle in mano ai Talebani, sia in quelle controllate dal governo.
L’obiettivo immediato, conclude Farhad, è di fare in modo che le famiglie e la polizia non si rivolgano più a strutture pubbliche per effettuare il test di verginità, così che, mancando il sostegno dello Stato, possa essere stimolato un cambiamento delle abitudini culturali.

Redazione UnaDonna

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