In Grecia venivano usate nelle votazioni politiche, per confermare un eventuale progetto di legge: le fave, quelle bianche indicavano consenso positivo, quelle nere negativo.
E pensare che Pitagora proibiva ai suoi discepoli di mangiare le fave perché reputava che le macchie nere presenti nei loro fiori fossero un simbolo infernale; al contrario Aristotele ne decantava le virtù.
Amate o odiate che siano, le fave, originarie dell’Africa settentrionale e della Cina, erano usate come alimento da Egizi, Greci e Romani: tra questi ultimi, soprattutto, ebbero un grande successo mangiate anche crude insieme al baccello. Si dice che i Fabi, una delle famiglie più importanti della storia di Roma, presero il nome proprio dalla fava. Nel corso dei secoli, però, l’importanza delle fave venne soppiantata dall’arrivo del più versatile fagiolo e con il declino divenne uno dei cibi dei poveri.
Frutto di una pianta erbacea della famiglia delle Leguminose, la fava cresce in baccelli di 15-25 cm che crescono appuntiti nell’estremità. È dentro il baccello che si trovano i grossi semi piatti, avvolti da uno strato di pelle che varia tra il verde, il rossastro e il violaceo.
Tra le varietà di distinguono la precoce d’Aquitania, considerata la migliore; l’Aguadolce con un baccello che contiene 8-9 semi e la Siviglia, con 6 semi. Italia, Germania, Cina e Marocco sono i più importanti paesi produttori di fave, la cui coltivazione avviene tra gennaio e marzo e la raccolta tra aprile e maggio, quando la maturazione ancora non è del tutto completa.
C’è chi le ama fresche e chi le preferisce secche. Le fave fresche devono essere croccanti alla rottura e senza macchie, contraddistinte da un bel colore verde vivo e lucido. Si conservano in frigo non più di tre giorni. Quelle secche si possono trovare sia con che senza buccia: entrambe necessitano di un ammollo.
Nonostante la buona quantità di potassio, magnesio, ferro, selenio, rame e zinco che aiutano l’organismo assieme a proteine, vitamine, fibre e sali minerali che le fanno risultare i legumi con meno calorie, bisogna stare attenti all’insorgere del favismo, una malattia che causa crisi anemiche anche gravi.
In cucina l’uso delle fave è variegato: si possono consumare sia crude, accompagnate con formaggio, pecorino, pancetta o salame; oppure cotte, per la preparazione di zuppe e minestre. Tra queste una ricetta facile e altamente gustosa è la zuppa di fave, arricchita da lardo e pancetta.
· Il segreto per non far annerire le fave fresche è farle scottare in acqua calda con un po’ di limone subito dopo averle sbucciate.
· Per evitare che invece ad annerirsi siano le vostre mani, vi consigliamo di usare dei guanti in lattice per pulire le fave.
· Se preferite, potete anche usare delle fave surgelate per realizzare la zuppa, versandole ancora congelate in padella oppure sbollentandole prima.
· Per rendere sia vegana che vegetariana la nostra ricetta della zuppa di fave, non c’è che da togliere il lardo e la pancetta di maiale dagli ingredienti. Anche senza carne la zuppa di fave risulterà comunque molto gustosa e saporita, altrimenti potete ricorrere a una delle varianti senza carne e derivati, come la zuppa di fave e cicoria o la zuppa di fave e patate.
La zuppa di fave si può conservare per circa due giorni in frigorifero, chiusa in contenitore ermetico o coperta da pellicola. Se preferite potete anche congelare la zuppa di fave già cotta, oppure solo le fave subito dopo averle sbollentate col limone perché non anneriscano.
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