Second-hand fashion tutti i benefici

Second-hand fashion tutti i benefici

Second-hand fashion scelta e benefici di un mercato più sostenibile ed ecologico. Una valida scelta per aiutare il pianeta.

Second-hand significa dare nuova vita ad una cosa che ancora non è diventata rifiuto, con la stessa finalità per cui era già stata utilizzata in precedenza.

Quella della moda è la seconda industria più inquinante al mondo dopo la petrolchimica. Recenti studi hanno inoltre dimostrato che l’industria tessile produce più emissioni di CO2 rispetto al trasporto aereo e marittimo messi insieme.

Inquinamento, alcuni dati

Sembra incredibile ma per produrre una t-shirt o un paio di jeans servono migliaia di litri di acqua, pari a quella che una persona beve nell’arco di 13 anni. Per essere prodotto, 1 kg di cotone ha bisogno una quantità d’acqua che va dai 10.000 ai 20.000 litri di acqua, e spesso comporta delle gravi condizioni di lavoro.


Pensiamo ora a quanti capi di abbigliamento abbiamo ognuno di noi nel nostro armadio, la cifra assume proporzioni enormi.

Consideriamo inoltre che la moda usa e getta, improntata dal fast fashion, è il fattore principale di questa enorme e continua produzione di capi, spesso acquistati e gettati ancora in buono stato. Il risultato che ne deriva è una produzione di tonnellate di rifiuti.

Il fast fashion ha democratizzato il mercato della moda rendendolo disponibile ad un mercato di massa, a basso prezzo, utilizzando tessuti fragili e sintetici a discapito della qualità.  

Questa scelta ha generato per lo smaltimento (rifiuti) altissime emissioni di CO2 e il rilascio, direttamente in fiumi e oceani, di micro-plastiche contenute nei tessuti, anche con il solo lavaggio.

Inoltre nei casi in cui non c’è stata attenzione alla metodologia di produzione, questa ha generato danni irreversibili all’ambiente, sviluppando e disperdendo agenti tossici.

Infatti un rapporto effettuato di recente stima che la produzione tessile generi 1,2 miliardi di tonnellate di CO2, e dal 20% al 30 % di tutte le micro-plastiche che finiscono nell’oceano.

Si riesce così forse a comprendere come per il nostro pianeta sia insostenibile mantenere questa macchina di distruzione. Una macchina che con l’aumento demografico e la ricchezza si trova a dover far fronte ad una richiesta di risorse sempre di più elevata. Risorse che stanno esaurendo proprio a causa dell’impossibilità di rigenerarsi.

Qualche esempio poco sostenibile

Per tutelare la “proprietà intellettuale” delle creazioni di alta moda, per evitare la contraffazione o le vendite sottocosto, molti brand di livello preferiscono incenerire le rimanenze di magazzino.

Quantità di vestiti e accessori di lusso inceneriti!!! Una pratica che molti famosi brand hanno portato avanti per anni. Lo scorso anno Burberry ha mandato in fumo circa 31 milioni di euro di merce invenduta a tutela della “proprietà intellettuale”. La catena di H&M ha ammesso di fare lo stesso.

Queste azioni hanno scatenato proteste e denunce di molti gruppi ecologisti e attivisti, sia per lo spreco di capi nuovi che per le conseguenze ambientali che una tale scelta comporta. I brand sono stati così sollecitati ad iniziare un profondo e radicale cambiamento nella gestione della loro merce invenduta. Cosi come nella metodologia di produzione.

Una possibile soluzione per salvare il pianeta

Riutilizzare, aggiustare e rinnovare potrebbe essere il nuovo must do del consumatore del futuro. Da questa scelta si potrà sviluppare una economia circolare, basata su un ciclo chiuso di tre fondamentali pilastri: riduzione, riuso, riciclo. Le famose e anche dette 3R.

A queste si è aggiunta una quarta R: rifiuto=risorsa. L’oggetto una volta riciclato e arrivato al termine della sua vita, diventa rifiuto che a sua volta si trasforma in risorsa. L’uso di ogni materia immessa nel sistema viene massimizzato poiché riutilizzata e reimpiegata.

Tra gli obiettivi dell’economia circolare rientrano:

  • l’estensione della vita dei prodotti, ovvero la produzione di beni di beni di lunga durata (maggiore qualità delle materie prime),
  • le attività di ri-condizionamento,
  • la riduzione, al minimo spreco, della produzione di rifiuti.

Questo nuovo paradigma circolare potrebbe rappresentare un decisiva soluzione e un valido contributo per salvare l’ambiente. Oltre al riutilizzo delle materie prime, andrebbe a ridurre notevolmente l’inquinamento atmosferico e i rifiuti.

Si otterrebbe un miglioramento delle condizioni ambientali, quindi del benessere comune, e la trasformazione in ricavi di ciò che prima veniva scartato.

Lo stesso smaltimento del rifiuto diventerà quindi un’opportunità, e non un problema. Questo mitigherà enormemente l’impatto ambientale.

Infatti i rifiuti biologici saranno in grado di essere reintegrati nella biosfera, e i rifiuti tecnici destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.

Un sistema questo che richiede delle trasformazioni in ambito normativo, economico, sociale ed educativo. Questo modello alternativo è sempre più necessario e urgente da attuare.

Qualcosa si sta già muovendo

Molte sono le campagne e le iniziative che si sono mosse contro il mercato economico lineare. Quest’ultimo ha caratterizzato le nostre scelte dell’ultimo secolo. Un’economia di mercato basata sull’estrazione di materie prime, sulla produzione di un prodotto, il consumo di massa e sullo smaltimento degli scarti una volta raggiunta la fine della vita del prodotto.

Questo mercato economico lineare è stato la principale causa di fenomeni come l’inquinamento marino e terrestre, l’emissione di gas serra e del cambiamento climatico. Senza accennare alle sanguinose guerre per il controllo delle materie prime.

Second-hand fashion una valida soluzione per aiutare il pianeta

In Inghilterra, lo scorso settembre, la modella Stella Tennant con la collaborazione dell’organizzazione benefica Oxfam ha lanciato la campagna  “second hand september“. Nella campagna si chiedeva di non acquistare capi di abbigliamento nuovi per almeno un mese. Questo proprio per cercare di ridurre l’impatto che la fast fashion ha sull’ambiente.

Infatti da uno studio effettuato nel Regno Unito è emerso che ogni settimana vengono gettati via 11 milioni di vestiti.

Molte le proposte arrivate dal Comitato per il Controllo Ambientale UK. Tra queste l’introduzione di una tassa di 1 penny ai produttori per ogni capo venduto, incentivi fiscali e l’introduzione nelle scuole di corsi di cucito per rendere la moda sostenibile.

Il successo del second-hand fashion

Il trend della second-hand fashion è in costante crescita ed è l’unico vero concorrente della fast fashion.

Il mercato della second-hand fashion in due anni ha vissuto un vero e proprio boom. Con una crescita imponente delle vendite globali con una media del 12% di anno in anno rispetto a una crescita media del 3% del mercato del lusso.

Fattori peculiari sono stati:

  • il cambiamento delle preferenze dei consumatori,
  • un’offerta sempre più attenta e curata,
  • una crescente professionalizzazione,
  • i prezzi accessibili.

Second-hand fashion e il futuro del pianeta

Mai come in questo periodo storico le nuove generazioni sono sensibili al futuro del pianeta. L’attenzione ai temi della sostenibilità ambientale sono molto cari alle Generazioni X, Millennials e Z.

Queste generazioni infatti hanno la profonda consapevolezza di quanto la moda sia deleteria per il nostro globo. Grazie a loro si sono sradicate abitudini nocive portate avanti da anni, forse dal dopoguerra, che sono state la causa di danni irreversibili per la Terra.

Queste generazioni, sensibili al tema del futuro del pianeta, hanno dato voce ad una motivazione profonda e inconfutabile, creando uno scopo ben preciso alla scelta della second-hand fashion. La scelta di indossare second-hand infatti, non è più solo una scelta di stile ed estetica, oggi è diventata una scelta politica ed ambientale.

Inoltre il radicale cambiamento avvenuto all’interno del mercato del second hand ha dato vita ad impulso straordinario. Un mercato che un tempo era basato su una bassa qualità, fatto di capi spesso usurati, da scovare in ammassi di indumenti sporchi.

Oggi  il mercato second-hand è diventato glam e trendy. Abiti selezionati con cura, puliti e di qualità vengono venduti in negozi vintage, mercati e bancarelle, o fotografati e proposti in shop online.

I prezzi molto vantaggiosi, come la vasta alternativa e l’unicità di capi, hanno fatto confluire verso questa scelta differenti target di consumatori, che aumentano ogni anno di più.

Dati dell’Osservatorio Second-Hand Economy 2018 rivelano che nel 2018 un italiano su due ha comprato e venduto second-hand. Se per ogni acquisto di un oggetto usato si evita la produzione del corrispettivo nuovo, e per ogni oggetto venduto viene evitata la dismissione in discarica, il risparmio di emissioni nocive nell’ambiente potrebbe essere incredibilmente alto. E non solo nel caso di acquisti legati al mondo della moda.

Mercato del second-hand fashion trasportato dalla rivendita on e offline

Molte le piattaforme e-commerce nate negli ultimi anni che vendono secon hand luxury. Eccone solo alcune tra le più rilevanti.

Vestiaire Collective ad esempio è il noto e-commerce dedicato a l’acquisto e la vendita di articoli di lusso di seconda mano, con  3,5 milioni di acquirenti.

Vide Dressing è un sito di riferimento per l’acquisto e la vendita di lusso, con 30.000 articoli venduti al mese.

Bagista offre un secondo armadio a borse firmate! I clienti possono acquistare, vendere o scambiare le loro borse di lusso.  Prima che una borsa arrivi sul sito, viene controllata da esperti per garantire l’autenticità, che si tratti di un pezzo unico o di stagione.

Rewind Vintage è specializzato in un’esclusiva moda vintage di lusso. Con articoli di famosi brand tra cui Chanel, Saint Laurent e Celine, oltre a rari pezzi vintage.

Asos, Depop e molte altre piattaforme ci regalano la possibilità di personalizzare il nostro look rendendolo unico, acquistando capi di seconda mano.

Nel 2018 gli utenti di queste piattaforme digitali, hanno potenzialmente risparmiato 20,4 milioni di tonnellate di CO2; 1,1 milioni di tonnellate di plastica; 7,2 milioni di tonnellate di acciaio.  

Nella pratica per risparmiare 20,4 milioni di tonnellate di CO2 bisognerebbe fermare il traffico di Oslo per 41 anni. Mentre con 1,1 milione di tonnellate di plastica si potrebbero produrre 162 miliardi di buste di plastica.

Molti i nuovi negozi second-hand o vintage.

Nella sola città di Milano, pilastro del panorama fashion italiano, la second-hand reuse è di gran moda. E da pochi mesi anche pezzi unici e di qualità per l’universo uomo. Lo stesso è avvenuto a Roma, Firenze, Napoli.

Il gruppo Kering, gruppo mondiale del lusso, sostiene e promuove lo sviluppo di alcuni tra i più rinomati marchi di moda. Possiede marchi di lusso come Gucci, Yves Saint Laurent, Boucheron, Bottega Veneta, Alexander McQueen, Balenciaga, Brioni, Girard-Perregaux.

La grande sfida dei marchi: eco-responsabilità per una moda virtuosa e circolare

Kering nel 2018 ha lanciato la piattaforma digitale per l’EP&L. L’EP&L consente di misurare i fattori di consumo della propria produzione, come il consumo di acqua, le emissioni di anidride carbonica, l’inquinamento idrico e atmosferico, lo sfruttamento del territorio e la produzione di rifiuti. 

Le aziende che fanno capo a questo gruppo hanno ridotto le emissioni di CO2 di quasi 46 mila tonnellate. Ma per avere un impatto decisivo l’industria della moda deve agire unita, mettendo da parte ogni competizione.

Gucci ad esempio è stata una delle prime aziende ad adottare la certificazione EP&L. Gucci Up ha riutilizzato 11 tonnellate di scarti di cuoio nel 2018 e raccolto 92 tonnellate di tessuti.

Stella McCartney, paladina del rispetto dell’ambiente, si è accordata con la piattaforma The RealReal per incentivare l’acquisto dei suoi prodotti usati. Per ogni acquisto il consumatore riceverà un buono da spendere nell’ e-store della designer.

Vivienne Weswood è da molto tempo all’avanguardia nel rifiutare l’etica della moda usa e getta.

Carmina Campus, fondata da Ilaria Venturini Fendi, dona seconda vita a materiali di recupero trasformandoli artigianalmente in pezzi unici di design di lusso. Inoltre con un progetto in Camerun, crea un’opportunità di lavoro per le donne del posto.

Regenesi è la trasformazione immaginata da Maria Silvia Pazzi. Rigenera materiali di scarto, convertendoli in oggetti di design e capi di moda. Il suo progetto vanta collaborazioni con artisti, designer e artigiani internazionali, oltre che il merito di essere stato tra i primi a promuovere in Italia la tematica della sostenibilità in relazione alla moda e al design. 

Per.CoDenim  produce un denim etico e di ottima qualità. Sceglie fibre naturali e organiche e apporta cambiamenti innovativi nella tradizionale catena di produzione. Par.co Denim riduce significativamente il consumo di acqua e di sostanze chimiche dannose per l’ambiente e i consumatori.

Ecodream trasforma scarti di produzione industriale e conciarie in borse eco-friendly.

Ma non solo. I giganti delle spedizioni come UPS stanno investendo milioni di dollari in tecnologie alimentate da carburanti alternativi in modo da produrre veicoli a bassa emissione di CO2 o addirittura elettrici. Zalando si sta adeguando promuovendo consegne e resi a 0 emissioni.

Uno dei trend più importanti del settore moda del futuro, ma già per alcuni contemporaneo, sarà quindi l’abbigliamento sostenibile.

La scelta della second-hand fashion, può aiutare a ridurre considerevolmente le emissioni di carbonio, l’uso dell’acqua, l’inquinamento chimico e plastico che stanno distruggendo in maniera irreversibile il nostro ambiente.

Vendere i vestiti che non mettiamo più e acquistarne di usati in ottimo stato, è un buon modo per eseguire un’operazione detox dell’intero pianeta Terra che ci ospita.

Crea anche tu una moda circolare e regala un futuro al pianeta.



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