Pripyat storia della città fantasma vicino Chernobyl

Pripyat: storia della città fantasma vicino Chernobyl

Pripyat venne costruita per ospitare i lavoratori di Chernobyl. Dopo l’esplosione della centrale, si è trasformata nella più grande città fantasma al mondo

Pripyat è la più grande città fantasma del mondo. Fu costruita nel 1970 per ospitare i lavoratori della vicina centrale nucleare di Chernobyl.

Pripyat, vicino Chernobyl

Prima del 26 aprile 1986, a Pripyat abitavano circa 50mila persone. La città ucraina, vicina al confine con la Bielorussia, dopo l’incidente nucleare della centrale di Chernobyl (in ucraino significa letteralmente ‘erba nera’) è diventata la più grande città fantasma del mondo. Fu costruita nel 1970, nello stesso anno in cui iniziarono i lavori per la centrale. I bulldozer sovietici si aprirono un varco tra le paludi per fondare dal nulla questo insediamento e lo chiamarono Pripyat (in russo: Pripjat’) in onore del fiume che scorreva proprio in quella zona. La città serviva per ospitare i lavoratori, i costruttori e le relative famiglie della vicina centrale nucleare di Chernobyl, che distava soltanto due chilometri. La città era stata costruita per ospitare all’incirca 75mila persone ma, secondo un censimento realizzato poco prima della catastrofe, a Pripyat vivevano 48mila abitanti.

La costruzione di Pripyat

Pripyat avrebbe dovuto essere la ‘città ideale’ sovietica. La costruzione, così come si usava all’epoca, fu definita un ‘Grande progetto pansovietico’, realizzato in tempi velocissimi da giovani provenienti da tutto il Paese. L’impianto urbanistico disegnato si ispirava al ‘principio triangolare’ dell’architetto moscovita Nikolaj Ostozhenko, già impegnato nella costruzione di altre città sovietiche. Lo schema prevedeva una combinazione di edifici a torre, alti fino a 16 piani, e di casermoni popolari, separati da ampi viali e spazi verdi. Gli architetti ebbero particolari cure per la viabilità: il traffico, negli Anni ’70, non era un problema in Unione Sovietica, vista la scarsità di automobili in circolazione. Ma le previsioni su un forte sviluppo della motorizzazione fecero progettare la viabilità in modo tale che non si creassero ingorghi. Pripyat era una città giovane, con spazi pubblici ampi, molto verde e numerosi parchi, tanto che le si attribuì l’etichetta di ‘città dei fiori’.

Pripyat prima dell’esplosione

La città nacque ufficialmente il 14 aprile del 1972 per decreto del Praesidium del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica ma già dal 1970  esisteva un insediamento che comprendeva almeno un ostello, un refettorio, un ufficio amministrativo ed un villaggio temporaneo per gli operai. Prima dell’esplosione Pripyat era una giovane cittadina. L’età media dei residenti era di 26 anni e i matrimoni erano un evento frequente, tanto che si stava pensando a costruire una sala apposita per ospitare le feste di nozze. La crescita demografica della città era impressionante: 15mila nuove persone ogni anno si trasferivano in questo luogo. La qualità della vita era abbastanza elevata rispetto agli standard degli altri centri urbani dell’Unione Sovietica. La città era moderna e funzionale e ospitava ospedali, centri commerciali, due grandi alberghi, caffè, una discoteca, ristoranti, cinema, teatri e centri sportivi, tra cui una piscina coperta (la più grande di tutta l’Ucraina).

Pripyat e l’esplosione di Chernobyl

L’esistenza tranquilla e rilassata di questa cittadina si interruppe all’improvviso con un ordine di evacuazione. Il pomeriggio del 27 aprile 1986, infatti, verso le 14, colonne di autobus (1.225) scortate dalla polizia iniziarono a portare i cittadini lontano dalle loro case. La sera prima era avvenuta l’esplosione nella centrale nucleare di Chernobyl: con la deflagrazione nel quarto blocco, due persone erano morte sul colpo, mentre decine di ingegneri che lavoravano nell’impianto e vigili del fuoco che spensero l’incendio morirono successivamente a causa delle radiazioni. Inizialmente l’evacuazione venne annunciata come ‘temporanea’. Ma la verità è che anche gli abitanti che si salvarono dalle radiazioni non fecero mai più ritorno a Pripyat. Dopo l’evacuazione, si creò una zona cuscinetto di 30 chilometri attorno alla centrale, dove era vietato entrare. I tentativi per contenere le radiazioni nel reattore distrutto furono diversi, così come si provò a disattivare e decontaminare le altre tre unità.

L’evacuazione di Pripyat

Dopo 36 ore dall’incidente, iniziò l’evacuazione di Pripyat. Per agevolare le operazioni, si disse agli abitanti di portare via da casa solo i documenti, pochi effetti personali e del cibo. Si rassicurarono le persone con la promessa che la polizia avrebbe sorvegliato le abitazioni per i tre giorni successivi, quando tutti avrebbero potuto fare ritorno a casa. Nel giro di tre ore e senza disordini, i circa 50mila abitanti di Pripyat e del vicino villaggio Yanov furono evacuati. Una comunità cancellata per sempre. Molti dei residenti della neonata cittadina sovietica subirono gravi ripercussioni fisiche negli anni successivi. Altri vissero la vita nell’angoscia di sviluppare complicazioni alla salute. Entro la metà di agosto furono evacuati altri 188 villaggi tra Bielorussia ed Ucraina, alcuni dei quali rasi al suolo e interrati, per un totale di circa 116mila persone (diventate poi 220mila nei mesi successivi).

Dopo l’esplosione

In seguito al disastro nucleare di Chernobyl (il più grande al mondo) la città apparve sin da subito vuota e disabitata. Restarono attive solo la stazione ferroviaria e la piscina coperta, in uso al personale della centrale, dove si spense l’ultimo reattore nel 2000. Lo stato di abbandono totale e l’assenza (almeno inizialmente) di controlli da parte delle forze dell’ordine lasciarono la città in mano agli sciacalli. La merce rubata a Pripyat arrivava poi sulle bancarelle dei mercati di Kiev: oggetti ed elettrodomestici tutti altamente radioattivi. Solo tardivamente le autorità presero seri provvedimenti contro questo fenomeno.

La città fantasma oggi

Se all’epoca dell’evacuazione Pripyat contava quasi 50mila abitanti, oggi ne sono rimasti circa 400. Si tratta di persone, perlopiù anziane, che vivono nelle campagne circostanti e che si sono rifiutate di abbandonare le loro case. In città regna un silenzio post-apocalittico. Gli scienziati, che studiano sul posto gli effetti delle radiazioni, sono ammessi nell’area con permessi speciali, ma per uscirne devono sottoporsi a decontaminazione. La natura è tornata a crescere rigogliosa, gli animali si sono riappropriati degli spazi verdi e vivono indisturbati, senza temere il contatto con gli uomini. La città oggi si presenta come quando fu abbandonata, con gli oggetti (arredi, auto, elettrodomestici) che gli abitanti lasciarono prima dell’evacuazione. Solo di recente, e occasionalmente, gli abitanti sono potuti tornare a fare rapide visite alle loro case, senza poter prelevare gli oggetti, ancora oggi altamente inquinati. Si stima che i livelli di radioattività torneranno nella norma solo tra 500-600 anni.



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