Australia: guerra ai gatti selvatici

Il governo australiano ha varato un piano per abbattere due milioni di gatti entro il 2020. Motivo: il proliferare di tali predatori mettono a rischio la sopravvivenza di 1800 specie di animali.

Gatto ostile

Volete intraprendere un viaggio e farvi accompagnare dal vostro amato gatto di casa? Beh, non andate in Australia! La notizia, infatti, al di là dei risvolti faceti, è di quelle che lasciano perplessi, un po’ tra il curioso ed un po’ tra il grottesco. Il governo australiano, per bocca del ministro dell’ambiente Greg Hunt, ha infatti comunicato ufficialmente di avere dato via ad un piano quinquennale di caccia che ha lo scopo di diminuire sensibilmente la presenza dei gatti, ed in particolare di quelli selvatici, nel sub-continente oceanico, con l’obiettivo di abbattere almeno due milioni di capi di questo animale. Per far ciò è stata chiesta perfino la collaborazione della popolazione che, attraverso una speciale app, potrà segnalare alle “squadre governative” una concentrazione di gatti eccessiva, facilitandone l’intervento. Costo dell’operazione, 6,6 milioni di dollari. Insomma, una vera e propria caccia al gatto in grande stile.

Il ministro australiano Greg Hunt
Il ministro australiano Greg Hunt

Perplessità e conferme scientifiche

Inutile dire che l’iniziativa ha destato subito notevoli reazioni nell’opzione pubblica internazionale, soprattutto fra coloro che hanno definito questa scelta come crudele e sovradimensionata rispetto al problema. Ma di fronte alla notizia, prima di giudicare sulla base di una reazione spontanea – anche se, in parte, del tutto naturale – occorre approfondire bene l’argomento, conoscendo i motivi di una scelta così impopolare. Il fatto è che per molteplici cause – non ultime derivanti dai comportamenti dell’uomo – i gatti selvatici costituiscono per l’Australia la categoria più pericolosa e devastante di predatori di tutto il continente, con una diffusione enorme ed ormai incontrollabile. Il governo, supportato da evidenze scientifiche, ha calcolato che dalla fine del XVIII secolo, ovvero dall’arrivo degli Europei nel paese che hanno introdotto in Australia i gatti, ben 29 specie di mammiferi siano scomparse per l’azione di questi predatori e che altre 1800 siano a serio rischio nei prossimi anni se il tasso di crescita della popolazione dei gatti continuerà mantenersi uguale a quello degli ultimi anni. Inutile dire quale sia l’importanza per l’Australia della conservazione della fauna locale, spesso unica e originale: da qui la decisione drastica ma necessaria.

Il fattore-uomo

Come ha precisato il portavoce del governo, non si tratta di una “pulizia etnica” dei gatti, ma di un tentativo di riportare l’ecosistema ai suoi equilibri originali, sbilanciati, al solito, dal fattore-uomo e dai suoi interventi sull’ordine naturale. E non manca chi ha pronosticato che tale misura sia necessaria anche in altri paesi, oltre a quello australiano. Insomma, la vera riflessione ancora una volta non è sul fatto che sia giusto o meno la “caccia al gatto” australiana, ma sul comportamento dell’uomo che ritiene di poter signoreggiare sulla natura come meglio crede. La proliferazione dei gatti e la loro presenza in ambiti nei quali originariamente non dovrebbero essere è di fatto tutta dovuta all’uomo e al trattamento “particolare” che ha riservato a questa specie sottraendola di fatto a qualunque selezione naturale e favorendone una proliferazione oltre i limiti “sopportabili” per molte aree del pianeta. E quindi un ennesimo segnale di come sia importante rispettare la natura per com’è a partire dalle sue leggi, senza tentare, nel piccolo e nel grade, di forzarle. E i gatti, di questo comportamento, rischiano di diventare vittime.


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