Gender gap: la situazione in Italia

Gender gap: la situazione in Italia

Differenze salariali, scarse opportunità di carriera, licenziamenti più facili. Ecco i dati sul gender gap e le misure per contrastarlo.

In Italia la pandemia da Covid-19 riporta sotto i riflettori il tema del gender gap. Pur essendo un concetto piuttosto ampio, che abbraccia numerose tematiche, quando si parla di divario tra generi si fa riferimento soprattutto alla differenza di retribuzione tra uomini e donnegender pay gap – a parità di competenze, inquadramento contrattuale e orario di lavoro.

Le disparità in Italia e nel mondo

È una questione che non riguarda solo il nostro Paese. In quasi tutti gli Stati occidentali, le retribuzioni sono sbilanciate in favore degli uomini in una percentuale compresa tra il 15% e il 20%. A subire le conseguenze del gender gap non sono solo le “comuni mortali”, ma anche le celebrità del mondo dello sport e dello spettacolo.

Ad esempio, nella classifica dei 100 sportivi più pagati del 2020, pubblicata dalla rivista Forbes, spiccano solo due nomi al femminile: quelli delle tenniste Naomi Osaka e Serena Williams.

Più in generale, secondo l’ultimo Global Gender Gap Report del World Economic Forum, potrebbero volerci 135,6 anni per raggiungere l’effettiva parità tra i sessi negli ambiti presi in considerazione (salute, istruzione, politica ed economia).

Il gender gap nel 2020 in Italia

In Italia la situazione è migliorata per quanto riguarda la presenza delle donne in ruoli chiave della vita politica (ministro, viceministro, sottosegretario), sia nel Governo Conte II che nell’esecutivo guidato da Mario Draghi.

Molto più problematica, invece, resta la questione dell’occupazione femminile. È stato lo stesso Presidente del Consiglio, poche settimane fa, a ricordare che in Italia lavora meno di una donna su due e con un’alta percentuale di contratti part time (49,8%).

Il gender gap è anche nelle differenze di retribuzione (che oscillano tra il 5,6% e il 12%), nel mancato accesso alla formazione nelle materie scientifico-tecnologiche (Stem) e nella mancanza di opportunità di carriera (in Italia solo il 28% dei manager è donna).

La she-cession

La crisi economica generata dalla pandemia – ribattezzata dagli inglesi she-cession, recessione al femminile – ha colpito molto più duramente le donne. Lo scorso dicembre, su 101mila posti di lavoro persi, 99mila erano occupati da donne.

Didattica a distanza e smart working sono state le principali cause della perdita di posti di lavoro. Migliaia di donne, infatti, sono state costrette a rinunciare alla carriera per prendersi cura della famiglia a causa delle conseguenze prodotte da lockdown e restrizioni.

Il gender gap, inoltre, non finisce con l’età lavorativa. I dati Eurostat del 2019 evidenziano un divario del 29% tra quanto percepiscono i pensionati e le pensionate over 65 a livello europeo. E l’Italia, purtroppo, si posiziona al di sopra della media europea (33%).

Tradotto in numeri ancora più concreti, vuol dire che buona parte degli assegni mensili percepiti dalle pensionate italiane è inferiore ai mille euro.

Gender gap e retribuzioni

Per le donne che lavorano il problema principale è rappresentato dalla disparità salariale. In base al rapporto 2020 sulle retribuzioni stilato da ODM Consulting, le retribuzioni degli uomini sono, in media, superiori a quelle delle donne in tutte le categorie professionali (dirigenti, impiegati, quadri, operai).

Questo fenomeno si manifesta già all’ingresso nel mondo del lavoro. Un uomo under 30 con uno-due anni di esperienza guadagna in media 25.216 euro all’anno, se non laureato, e 29.780 euro se in possesso di una laurea.

A parità di esperienza e titolo di studio, le donne guadagnano in media dai 23.210 euro, se non laureate, ai 28.051 euro, se laureate. Avere una laurea, quindi, attenua ma non elimina il divario tra i generi.

Dirigenti e autonomi

Con un inquadramento contrattuale più alto, il gender pay gap si riduce: 8,5% per i dirigenti e 5,5% per i quadri contro il 10,4% e 10,5% per impiegati e operai. Tuttavia, resta la disuguaglianza in termini di rappresentatività: in Italia solo un terzo dei dirigenti è donna.

I settori in cui il gender gap è superiore alla media sono l’industria (11,2%) e la finanza (9,3%). Infine, i lavoratori autonomi. Anche se l’imprenditoria femminile è abbastanza diffusa in Italia, la quota sul totale degli occupati è largamente superiore tra gli uomini (7,1%) rispetto alle donne (3,5%).

Lavoro femminile e Recovery Plan

Alla luce di questi dati, il Governo ha annunciato una Strategia nazionale per la parità di genere per gli anni 2021-2026. L’obiettivo è scalare la classifica del Gender Equality Index, che vede oggi l’Italia ferma al 14esimo posto, con 63,5 punti su 100 (inferiore di 4,4 punti alla media europea).

Le proposte contenute nel Recovery Plan italiano, ovvero nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), sono divise in sei missioni. Tra queste, alcune riguardano specificamente l’occupazione femminile.

Gender gap e pubblica amministrazione

Nella missione 1, nella parte che riguarda l’innovazione nella pubblica amministrazione, sono previsti nuovi meccanismi di assunzione e la revisione delle opportunità di promozione verso posizioni dirigenziali di alto livello. Si punta così a garantire le pari opportunità sia nell’ambito della partecipazione al mercato del lavoro, sia nelle progressioni di carriera.

Inoltre, le misure dedicate al lavoro agile incentivano un più corretto bilanciamento tra vita professionale e vita privata. Rimanendo tra le misure previste nella missione 1 del PNRR, ci sono gli investimenti in banda larga e connessioni veloci.

Questi faciliteranno la creazione dell’infrastruttura tecnologica necessaria per fornire agli imprenditori in generale, e all’imprenditoria femminile in particolare, gli strumenti con i quali ampliare il proprio mercato.

Allo stesso tempo, il potenziamento e l’ammodernamento dell’offerta turistica e culturale potranno generare significative ricadute occupazionali su settori a forte presenza femminile come quello alberghiero, della ristorazione e delle attività culturali. Nella missione 5, inoltre, è presente uno specifico investimento per sostenere l’imprenditorialità femminile.

Asili nido e istruzione

La missione 4, attraverso il Piano per gli asili nido, mira ad innalzare il tasso di presa in carico delle strutture per l’infanzia, che nel 2018 era pari ad appena il 14,1%. Il PNRR prevede, inoltre, il potenziamento dei servizi educativi per l’infanzia (3-6 anni) e l’estensione del tempo pieno a scuola.

L’obiettivo è fornire sostegno alle madri con figli piccoli e contribuire così all’occupazione femminile. Il Piano investe poi nelle competenze Stem tra le studentesse delle scuole superiori, per migliorare le loro prospettive lavorative.

Nella missione 6, infine, c’è il rafforzamento dei servizi di prossimità e di supporto all’assistenza domiciliare (anche attraverso la telemedicina). Ciò contribuirà a ridurre l’onere delle attività di cura in famiglia, ancora prevalentemente a carico delle donne.



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