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Addio ad Enzo Jannacci: il poeta della Milano che scompare

Ci sono artisti che si assomigliano tutti e che transitano come meteore sulle scene, ancorati alla moda del momento, di cui vivono la traiettoria e la caduta. Ce ne sono altri che non hanno la necessità di preoccuparsi di essere “di moda” perché sono unici, irripetibili; capiscuola che creano generi, personalità e modi di comunicare. Uno di questi era Enzo Jannacci che, come tutti i grandi geni musicali, è stato sé stesso sempre, lungo i cinquant’anni durante i quali ha calcato le scene italiane, diventando una delle personalità più importanti e significative del panorama artistico del nostro paese nel dopoguerra. Malato da tempo di cancro, Jannacci si è spento venerdì sera nella clinica Columbus di Milano, la sua città, quella che con le sue canzoni ha cantato fin nel profondo dei suoi bassifondi ma sempre con garbo, ironia e una malcelata “partecipazione” umana per le vicende dei suoi personaggi. Sposato da quarantacinque anni con Giuliana, lascia il figlio Paolo a sua volta cantautore, attore e direttore d’orchestra.

Una vita fra palcoscenico e sala operatoria

[dup_immagine align=”alignleft” id=”8879″]Cantautore, prima di tutto, ma anche cabarettista, attore e poeta, Vincenzo Jannacci, subito ribattezzato da tutti Enzo, era nato a Milano il 3 giugno del 1935: suo padre era ufficiale dell’Aeronautica e fu membro della resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Lavorava all’Aeroporto Forlanini, ovvero l’odierno Linate in una zona che il piccolo Enzo conosceva bene e che spesso sarà l’ambiente in cui, da artista, racconterà i suoi surreali e umanissimi personaggi: l’Idroscalo, Rogoredo, l’Ortica. Fece il Conservatorio a Milano, dove si diplomò negli anni ’50 e intraprese una carriera da cabarettista e musicista in cui rivelò, da subito, un grandissimo ed originale talento soprattutto “dal vivo”, sul palcoscenico. Ma Enzo aveva un’altra passione: la medicina. Si laureò a Milano in chirurgia ed affrontò per la specializzazione un viaggio in Sudafrica prima e negli Stati Uniti poi al seguito dell’equipe di Christiaan Barnard, il celebre medico sudafricano che proprio in quegli anni, per primo al mondo, praticò un trapianto di cuore. Un mestiere, quello del medico, che Jannacci prenderà molto sul serio e che continuerà sempre ad esercitare senza soluzione di continuità fino al giorno della pensione, il 1° gennaio 2003 che, curiosamente, coinciderà col giorno della morte del suo inseparabile amico e compagno di scena Giorgio Gaber.

Una traiettoria artistica unica

[dup_immagine align=”alignright” id=”8881″]Fu proprio con Gaber che Jannacci creò il sodalizio artistico che gli diede il successo: era il 1958 e “i due Corsari” incisero i primi dischi per la Ricordi che lanciarono entrambi verso la notorietà. Un legame e una amicizia che durerà per quarant’anni: “Gaber & Jannacci” sono quasi sinonimi di una Milano ormai perduta, metropoli ma ancora provinciale, sullo sfondo della quale si muovono personaggi di ogni tipo, spesso umili, emarginati ma sempre romantici e surreali, umanissimi e “vicini” a chi ascolta. Una Milano, e un’Italia, che scompare con la modernità, il progresso e il villaggio globale. Molte delle sue canzoni, da allora, sono entrate nell’immaginario collettivo: da El portava i scarp del tennis a L’Armando, da Faceva il palo a Vengo anch’io. No, tu no, da Messico e nuvole a E la vita, la vita scritta con Cochi e Renato: sempre originale, unico, inimitabile. Ma non azzardiamo nemmeno un elenco. Sarebbe comunque riduttivo. Dopo oltre trenta dischi, spettacoli, concerti, apparizioni televisive, con Enzo Jannacci se ne va una fetta importante della storia e della cultura italiana del nostro tempo. Ed una punta di nostalgia segna le nostre giornate.
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Anna Invernizzi

Classe 1972, cinque figli e una vita intensa. Laureata in Economia, impiegata, scrivo per passione su tutto quello che mi interessa. In particolare creo contenuti a tema cucina e lifestyle.

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Anna Invernizzi

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