Kanhaya e Vijaya: storia di un amore indelebile fra madre e figlio

Quando il legane tra madre e figlio è più forte di qualsiasi cosa e va ben oltre le difficoltà di una vita ingiusta

Amore di una madre per il figlio

Kanhaya è un ragazzo indiano. Un ragazzo come tanti altri nel mondo. Un ragazzo che prima di diventare un uomo è stato soprattutto un bambino. Forte, risoluto, pieno d’amore per l’unica persona al mondo che mai lo avrebbe abbandonato: sua madre.

Kanhaya ha lavorato sodo per tutto il periodo della sua adolescenza. E non lo ha fatto per sé stesso o per soddisfare il desiderio di ottenere qualcosa di materiale, lo ha fatto per sua madre, per darle quello che ogni madre innocente, attaccata fino all’ultimo respiro al proprio bambino, dovrebbe poter ottenere: la libertà.

Una madre condannata

Vijaya Kumari fu condannata all’ergastolo con la grave accusa di infanticidio nel lontano 1994. La donna, senza possibilità di appello venne internata nel carcere di Lucknow in Uttar Pradesh, luogo in cui trascorse i successivi diciannove anni della sua vita.
Quando fu condannata però Vijaya non era una donna qualunque, era una madre con in grembo la sua creatura più cara.

L’anno successivo, con in braccio il piccolo Kanhaya, Vijaya riuscì a far sentire la sua voce, a ottenere un colloquio con la Corte d’Appello, e le parole che pronunciò furono finalmente ascoltate.
Il giudice decise di annullare la durissima sentenza di primo grado imposta l’anno precedente e le concesse la libertà a patto del pagamento di una cauzione di 10.000 ruple, pari a 138 euro occidentali.

Per Vijaya le cose non migliorarono. La sua famiglia non andò in suo soccorso, i suoi parenti più stretti svanirono nel nulla e il marito, padre di quella innocente piccola creatura, non mosse un solo dito per aiutarla, non un singolo ruple donato per la sua libertà, per far crescere una madre e il proprio figlio fuori dalle sbarre di un carcere.
“Nei sette anni che seguirono” ricorda Vijaya “mio marito venne a trovarmi solo una volta per dirmi che si era risposato”.
Ogni essere umano sembrava essersi dimenticato di Vijaya e del piccolo Kanhaya.

Arrivederci Kanhaya

Madre e figlio vissero insieme, dietro quelle squallide sbarre per sei anni. Vijaya lo crebbe, lo educò, diede al giovane Kanhaya la speranza di una vita libera, fuori dal quel carcere dal quale lei, per una somma così banale per noi occidentali, eppure eccessiva per chi non ha più nulla, non sarebbe mai potuta uscire.

All’età di sei anni Kanhaiya (che in indiano significa ‘Colui che ha visto la luce dietro le sbarre’, ed è uno dei tanti nomi del Dio Krishna) fu trasferito e affidato alle cure di una Casa-famiglia nei pressi di Lucknow, dove crebbe con un’unica idea, un unico indelebile desiderio: trovare il modo per liberare sua madre e vivere con lei il resto dei suoi giorni.

Una vita di sacrifici

Il bambino, divenuto oramai un adolescente, iniziò a prodigarsi nella ricerca di qualsiasi piccolo lavoretto per riuscire a risparmiare anche solo una minima cifra, ma i rari e poveri impieghi che trovò non gli permisero di risparmiare quasi nulla per diversi anni.
L’unica cosa che poté portare avanti fu il rapporto con sua madre che riusciva a vedere ogni due settimane recandosi in visita al carcere.

Raggiunta la maggior età, Kanhaya si presentò senza alcun indugio a una fabbrica di abbigliamento di Kanpur dove finalmente riuscì a ottenere un assunzione e un lavoro che gli permettesse la retribuzione adeguata a mettere da parte qualche “risparmio per la libertà”.
“Da quel momento, ogni rupia superflua finiva in un salvadanaio per accumulare la somma richiesta per la cauzione”, niente è mai stato per lui più importante.

Kanhaya ha lavorato sodo per quasi tutta la sua vita per poter pagare una cauzione di 138 euro e riavere sua madre. Una vita fatta di sacrifici per raggiungere un obbiettivo, un traguardo che finalmente è arrivato.

La liberazione di Vijaya

Quando Kanhaya ha finalmente pagato la cauzione ed è riuscito a riabbracciare la donna che per così troppi anni gli era stata negata la felicità di madre e figlio è stata incontenibile e ha fatto il giro del mondo.

“Tutti dovrebbero avere un figlio come il mio”. Sono state queste le parole di Vijaya Kumari, quando i giornalisti le hanno chiesto quali fossero i suoi sentimenti.
Una vita trascorsa dietro le sbarre senza un motivo, a scontare una colpa che in realtà non c’è mai stata. Una vita intera a sognare e talvolta abbracciare il proprio figlio, o la propria madre. Un amore quello fra Vijaya e Kanhaya che non ha conosciuto ostacoli e che dal giorno della sua liberazione non ne incontrerà altri, se non il naturale ciclo della vita.

La storia di questa madre e di suo figlio ha fatto non solo il giro del mondo, ma ha influenzato talmente tanto la stampa che l’Alta Corte di Allahabad ha richiesto a tutti i tribunali indiani di presentare il prima possibile tutte le liste dei detenuti che, pur avendo ottenuto la libertà, non sono stati in grado di “guadagnarsela” per mancanza di risorse economiche. Tanti in India, forse troppi.

Ma oggi l’amore tra una madre e un figlio, darà a tutti questi casi una luce di speranza.


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