Coppi e Bartali: storia di un grande amore per lo sport

Due uomini leali, due atleti innamorati della propria passione: il ciclismo

Coppi Bartali
Credits: Wikimedia

Una storia lunga un secolo

Quella di Coppi e Bartali è stata una delle rivalità sportive più famose nel mondo dei pedali. Una rivalità che si trasformò, durante quel periodo storico così particolare, in una metafora per la suddivisione politica e sociale del paese.
Erano gli anni successivi al dopoguerra e il ciclismo era interpretato come il riscatto dalle sofferenze subite.

Dal 1940 al 1954 Coppi e Bartali vinsero quattro Tour de France, otto Giri d’Italia e Sette Milano-Sanremo.
Le penne migliori del giornalismo erano inviate ad affiancare proprio i cronisti sportivi durante le tappe. Raccontare quello spaccato di nazione, quei brevi tratti di paesaggio, voleva dire raccontare l’Italia intera e i suoi personaggi, mentre gli atleti si trasformavano in veri e propri eroi e la passione per lo sport diveniva la loro forza più grande.

Rivalità e lealtà

La rivalità tra i due corridori iniziò proprio nel 1940, quando Coppi e Bartali ebbero l’occasione di confrontarsi durante il Giro d’Italia gareggiando per la stessa squadra, la “Cicli Legnano”.
Allora Coppi non era che un semplice gregario di appena vent’anni alle prese con il suo primo Giro d’Italia, mentre Bartali un campione già affermato.
Ma qualcosa cambiò quando Bartali cadde durante la percorrenza di una tappa e i gregari si fermarono ad aiutarlo, tutti tranne Coppi.
Coppi non cessò di pedalare. Sotto l’ordine dei tecnici della squadra che lo vedevano come “uno che promette bene”, continuò a correre vincendo la tappa.
Bartali, da vero sportivo, si complimentò con lui, ma ironizzò sulle successive difficoltà da affrontare durante le tappe di montagna. Un onesto consiglio oltre che una rivendicazione di superiorità.
Coppi sapeva bene d’essere un velocista e uno scattista, mentre il compagno era un portento per i lunghi sforzi e le salite.

La passione fu il motore che accese le forze di Coppi che, spinto da questa nuova sfida, divenne presto la punta della squadra, mentre Bartali fu quasi costretto ad assumere il ruolo di gregario per il giovane campione.
Fu nella tappa Firenze-Modena che Coppi ebbe modo di far conoscere all’Italia intera il suo amore per il ciclismo e la sua classe nel praticarlo. Durante quella tratta il giovane corridore scattò sotto la pioggia scrosciante lungo le strade dell’Abetone conquistando così la tappa e la maglia rosa.

Amici nemici

Furono le Alpi il primo scoglio da affrontare, ma anche il primo segnale di questa immortale rivalità-amicizia che si instaurò tra i due campioni.
Coppi, preso da crampi e fatica durante la gara, si decise ad abbandonare il Giro d’Italia, ma Bartali, con tutta la sua saggezza da veterano, lo convinse a non mollare, a proseguire il proprio cammino lungo quella passione così grande che li accomunava.
Si rivolse a lui con parole dure, lo rinfrescò con la neve e lo convinse a rialzarsi.

Negli anni che seguirono questi due grandi uomini presero strade diverse. Bartali si rifiutò di piegare la sua persona e la sua bicicletta al regime fascista che voleva fare di quel meraviglioso sport italiano uno strumento politico. Il campione svolse quindi attività a favore dei rifugiati e oppositori trasportando documenti segreti per le loro attività fino al punto di essere perseguitato per il suo comportamento antifascista.
Coppi, al contrario, venne richiamato alle armi partecipando anche alla campagna del Nord Africa come fante della Divisione Ravenna.

La rivalità che ha segnato un’epoca

Coppi e Bartali furono e resteranno sempre due campioni di grandissimo livello, la cui sportività è sempre stata improntata sul più grande rispetto reciproco, nonostante i due corridori avessero convinzioni opposte sia in ambito politico che religioso: Coppi era laico e credeva soprattutto in sé stesso e nel progresso, Bartali al contrario era un uomo di fede, cattolico praticante.
Per lungo tempo queste due personalità vicine, eppure così lontane, hanno rappresentato non solo due atleti con qualità diverse e un grande amore per il ciclismo, ma anche due diverse anime della società italiana.

Non c’è mai stato nessun odio fra di loro, mai una scorrettezza. Ed emblematica resterà sempre quella fotografia, scattata durante una tappa del Tour de France del 1952 (tra Losanna e Alpe d’Huez), in cui i due atleti si scambiano la borraccia. Nessuno mai saprà chi dei due la passò all’altro, anche perché nessuno dei due mai volle rivelarlo.
Come scrisse Curzio Malaparte: “Il loro antagonismo non è così personale come si crede… Io non ci credo affatto… Gino e Fausto sono due bravi ragazzi, pieni di lealtà e buon senso. Non c’è odio nella loro rivalità. Perché dovrebbero odiarsi? Lo sport non è politica


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