Eutanasia e suicidio assistito

Eutanasia e suicidio assistito, l’appello di Dominique e la situazione in Italia

Solo grazie alla cronaca si riaccende in Italia il dibattito sulla dolce morte. La storia di Dominique riapre la discussione su eutanasia e suicidio assistito

Di eutanasia e suicidio assistito in Italia si parla poco e male. Il delicato tema del fine vita, con tutte le implicazioni che porta con sé, torna nel dibattito pubblico prevalentemente grazie ai fatti di cronaca, a fronte di uno scarsissimo interesse della politica nell’affrontare questioni di tale peso. Sono piuttosto le storie dei singoli a richiamare l’attenzione sull’argomento, che pure riguarda tutti.

Negli ultimi giorni l’opinione pubblica è tornata ad interrogarsi sull’eutanasia grazie alla storia di Dominique Velati, militante del Partito Radicale e malata terminale, che ha richiesto ed ottenuto il suicidio assistito in Svizzera. Una vicenda raccontata da Servizio Pubblico, il programma non più in onda di Michele Santoro: la giornalista Giulia Innocenzi ha seguito gli ultimi giorni di vita di Dominique intervistandola a poche ore dalla partenza per la clinica Svizzera in cui avrebbe messo fine alle sue sofferenze. Un video pubblicato solo dopo la morte della donna, avvenuta il 15 dicembre. Uno straordinario documento che, a prescindere dalle posizioni di ciascuno, invita a riflettere e rappresenta un monito per i legislatori.

L'intervista a Dominique Velati

Una vicenda che non è soltanto il dramma umano di una donna malata di cancro al colon che ha scelto di rinunciare alla chemioterapia (nel migliore dei casi non le avrebbe concesso più di tre anni di vita), ma anche una storia che, per l’assenza di una legislazione specifica in materia, avrà un risvolto giudiziario. Il radicale Marco Cappato si è autodenunciato per avere aiutato Dominique ad ottenere l’eutanasia in Svizzera, fornendole anche assistenza economica e legale: si tratta di una violazione del Codice penale italiano, che qualifica l’eutanasia attiva come omicidio volontario e in generale le azioni volte a favorire l’eutanasia come reato (reclusione da sei a quindici anni per l’omicidio di persona consensiente).

In Italia il dibattito sul fine vita torna ciclicamente alla ribalta, ma finora non è mai riuscito a far sì che fosse approvata una legge, non solo sull’eutanasia (argomento quasi tabù per alcune parti politiche, per non parlare delle ovvie posizioni del Vaticano) ma nemmeno sul testamento biologico. Da anni è stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare, promossa dall’Associazione Luca Coscioni, che non è mai entrata nel calendario delle discussioni parlamentari. La campagna Eutanasia Legale, della stessa associazione intitolata al presidente dei Radicali Italiani morto di SLA nel 2006, punta proprio a ricordare come una legge sull’eutanasia possa finalmente regolare i tanti casi di morti illegali che ogni anno si verificano nel nostro Paese, tutelando chi sceglie di porre fine alla propria vita a fronte di una malattia che non la renda degna, secondo la propria coscienza, di essere vissuta, o di assistere le decine di persone che ogni anno scelgono l’esilio in paesi come la Svizzera decidendo di morire da soli per non coinvolgere la famiglia che risulterebbe incriminabile per omicidio.

In Italia l’eutanasia attiva (l’azione di procurare la morte ad un malato terminale o persona le cui funzioni vitali siano gravemente compromesse) o passiva (l’interruzione di un trattamento medico necessario perché il paziente sopravviva) è vietata così come il suicidio assistito (l’atto di porre fine alla propria vita realizzato dal malato stesso, col supporto di medici e strutture sanitarie). Non esiste una legge nemmeno sul cosiddetto testamento biologico, la dichiarazione preventiva con cui si indica la propria scelta in merito a determinati trattamenti terapeutici, con la possibilità di rifiutare quelli ritenuti sproporzionati (il cosiddetto “accanimento terapeutico”).

In Europa la situazione non è molto diversa: solo in alcuni paesi come il Belgio, il Lussemburgo e l’Olanda, l’eutanasia è esplicitamente prevista dalla legge. In molti altri paesi d’Europa e del mondo, come accaduto anche in Italia, è la giurisprudenza ad arrivare prima delle leggi e a stabilire dei precedenti intervenendo caso su caso. Al testamento biologico si è arrivati talvolta per via legislativa, talaltra grazie alle sentenze in molti paesi d’Europa e negli Stati Uniti. Anche l’Italia ha provato ad approvare una legge sul testamento biologico, ma senza arrivare fino in fondo.

Le implicazioni sono tante e tali che quello che viene inteso da una parte come un diritto all’autodeterminazione della propria vita nel momento più tragico, quello della morte, viene altrove considerata un’apertura a pratiche di morte pianificata col sussidio di medici e dello Stato, che può travalicare i casi di patologie gravi e sfociare nel suicidio tout court. A prescindere da ogni convinzione religiosa o filosofica, volendo analizzare l’argomento da un punto di vista meramente laico, entrano in ballo fattori che riguardano la deontologia medica e il diritto all’obiezione di coscienza, il ruolo dello Stato, quello dei parenti delle persone che ricorrono all’eutanasia o al suicidio assistito (attualmente passibili di incriminazione), la definizione stessa di quali patologie, a quale stadio e in quali condizioni per il paziente, siano da ammettere all’eutanasia. Di sicuro il calvario di persone come Piergiorgio Welby o Eluana Englaro, con le battaglie dei loro familiari per garantire loro una morte dignitosa che ponesse fine alle strazianti sofferenze affrontate per decenni, ad oggi è servito a poco se non si è ancora riusciti a trovare un comune sentire che si traduca nero su bianco in leggi dello Stato. L’ultimo appello di Dominique Velati è stato proprio questo: “Parliamone, parliamone, parliamone!“.



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