Displasia dell’anca, un difetto curabile che “privilegia” le bambine

È la malformazione maggiormente diffusa tra i neonati. Per individuarla, screening ecografico e visita ortopedica. Per curarla, tutori e piccoli accorgimenti

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Una bambina di 4 mesi con displasia dell'anca lieve indossa nel sonno il tutore di Frejka

Bambini legati a gambe larghe sul dorso delle mamme. È la tradizione africana, che permette alle donne di avere sempre accanto a sé i propri figli ma di avere le mani libere, così da poter svolgere tranquillamente i compiti a loro affidati. Senza saperlo, applicano la più efficace terapia per ovviare alla maggior parte dei casi di displasia dell’anca, la più diffusa malformazione nei neonati. La conferma “per contrario” viene dalla statistica: il difetto è diffuso maggiormente tra quelle popolazioni che per tradizione utilizzano ancora fasciare i bambini tenendo strette le gambe, come si usava anche in Italia sino a metà del Novecento.

Chiariamo innanzitutto di cosa si tratta: displasia dell’anca significa che l’articolazione non si è sviluppata adeguatamente per cui la testa del femore (l’osso lungo della coscia) non rimane all’interno dell’acetabolo, ossia di quella nicchia dell’anca predisposta ad ospitarlo; se la testa del femore è stabilmente fuori dall’acetabolo, si parla di lussazione dell’anca; se invece “entra ed esce”, allora si tratta di anca instabile. Entrambe le situazioni sono curabili, soprattutto se la diagnosi è precoce. Se non adeguatamente trattata, l’anca instabile può evolversi in una lussazione, situazione che non permette una corretta deambulazione, con ripercussioni anche sulla colonna vertebrale.

Per cause ancora ignote, la displasia congenita dell’anca colpisce soprattutto le bambine, con un rapporto di 4 femmine contro un maschio, che diventa 6 a 1 nelle zone di diffusione endemica. Proprio per questa ragione, sino agli anni 90, quando la diagnosi precoce poteva essere fatta solo con una radiografia, lo screening di massa veniva fatto solo sulle bambine, mentre i maschietti erano sottoposti al controllo solo se avevano avuto casi in famiglia. Ora il primo screening viene effettuato con l’ecografia, metodo diagnostico con meno effetti collaterali.

La diagnosi precoce

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Esame ecografico di controllo su un neonato

Più è precoce la diagnosi, prima si inizia la terapia fisica, che sarà anche meno disagevole per i bambini che, nella maggior parte dei casi, ad eccezione di quelli più gravi, potranno iniziare a camminare all’incirca alla stessa età degli altri. Se durante la gravidanza è stata fatta la diagnosi di scarsità di liquido amniotico o in caso di parto podalico, la prima ecografia può essere fatta anche nei primi 15 giorni; di norma, invece, viene effettuata dopo il primo mese, per evitare i “falsi positivi”, ossia che vengano segnalate come possibili displasie delle normali elasticità della muscolatura dell’articolazione, che ha bisogno di un po’ di tempo per rafforzarsi dopo la nascita. Ma l’ecografia non basta per una corretta diagnosi di displasia dell’anca, c’è bisogno della conferma “materiale”. L’ortopedico pediatrico, che è lo specialista cui rivolgersi in questi casi, valuterà la situazione e, se conferma la diagnosi, imposterà la cura. Il difetto può infatti presentarsi con diversi gradi di gravità: si va da quello lieve, in cui l’acetabolo è solo in ritardo di maturazione e la testa del femore può scivolare fuori solo con determinate manovre, a quello grave della lussazione.

Una terapia lunga ma efficace

Nella maggior parte dei casi la terapia è “di posizione“, ossia si mantiene l’articolazione nella giusta posizione aiutando la sua rimodellazione, ossia si “obbliga” l’osso a crescere nella giusta forma. Per far questo occorre tenere le gambe divaricate: nei difetti più lievi, basta mettere un doppio pannolino; per quelli moderati, ci sono dei tutori appositi – quello più utilizzato è il tutore di Pavlik. Bisogna avere pazienza, perché la terapia impegna per molti mesi. Ricordatevi: la fretta è dannosa, non mettetevi a fare paragoni tra la vostra bambina e le figlie di amiche e conoscenti. Meglio camminare qualche mese dopo ma poterlo fare bene e senza danni futuri. Se si è in presenza di una lussazione, invece, si deve procedere alla “riduzione incruenta” ossia – con le adeguate precauzioni per non causare dolore alla piccola paziente – l’ortopedico, con una particolare manovra, fa rientrare “di forza” la testa del femore nell’acetabolo e quindi procede all’ingessatura per stabilizzare l’articolazione. L’apparecchio gessato verrà portato (ed ovviamente adeguato per seguire la crescita della bambina) per un periodo variabile dai 2 ai 6 mesi. Se però la diagnosi viene effettuata dopo i 2 anni d’età oppure se non si riesce a riposizionare manualmente la testa del femore, allora si deve procedere con una vera e propria operazione chirurgica.

Ed ecco alcuni suggerimenti a mamme e papà (e nonne e nonni, zie e zii, tate e amici…). Quando prendete in braccio la vostra bimba o il vostro bimbo, metteteli a cavalcioni del vostro fianco sostenendoli con un braccio solo: loro staranno comodi (soprattutto se le mamme hanno un fisico “mediterraneo”!), in una posizione ottimale per l’articolazione dell’anca e saranno stabili; e voi avrete una mano libera. Infine, ricordatevi di non forzare il vostro bambino a stare ritto puntando i piedi prima che lo faccia da solo di sua volontà: la natura ha i suoi tempi e non sono uguali per tutti.


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Commenti

  • Ghie

    Buonasera.. Perfavore auta mi per la mia bimbo.bisongo tutore di frejka ceme della foto,grazie

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