Alzheimer: perdere lentamente una vita

L'Alzheimer non rappresenta un normale elemento dell’invecchiamento, scopriamolo insieme

Alzheimer
Alzheimer.

Che storia toccante, quella raccontata nel film “Still Alice”. La protagonista, magistralmente interpretata da Julianne Moore, scopre di essere affetta da Alzheimer precoce. Una forma particolarmente brutale poiché ereditaria e trasmissibile ai figli con una casistica che raggiunge il 50%.

Il film, tratto dal romanzo “Perdersi” dell’autrice Lisa Genova, colpisce per la delicatezza con la quale affronta un tema così drammatico e così presente nel nostro quotidiano.

L’Alzheimer colpisce circa 40.000.000 di persone in tutto il mondo, con una tendenza purtroppo crescente. In Italia, si stima che siano poco meno di un milione le persone affette da questa forma di demenza, che provoca gravi problemi con la memoria, il pensare e il comportamento. In genere, i sintomi si sviluppano lentamente e peggiorano nel corso del tempo, condannando individuo e famiglie all’annullamento.

Il morbo di Alzheimer non rappresenta un normale elemento dell’invecchiamento, anche se il massimo fattore di rischio conosciuto è rappresentato dall’età e la maggior parte delle persone affette dal morbo di Alzheimer hanno 65 e più anni. Tuttavia, il morbo di Alzheimer non è solo una malattia della vecchiaia.

Fino al 5 per cento delle persone che soffrono di questa malattia riscontra un’insorgenza precoce del morbo di Alzheimer (noto anche come “insorgenza anticipata”), che spesso si manifesta tra i quaranta e cinquanta anni, o tra i cinquanta e sessant’anni. È il caso della professoressa di linguistica Alice Howland, interpretata con rara intensità da Julianne Moore.

Indipendentemente dalla familiarità, tutti possiamo ammalarci a un certo punto della vita. Tuttavia, è nota ora l’esistenza di un gene che può influenzare questo rischio.

Questo gene si trova nel cromosoma 19, ed è responsabile della produzione di una proteina chiamata apolipoproteinaE (ApoE). Esistono tre tipi principali di tale proteina, uno dei quali (l’ApoE4) – sebbene poco comune – rende più probabile il verificarsi della malattia.

Non si tratta della causa della malattia, ma ne aumenta la probabilità. Per esempio, una persona di cinquant’anni portatrice di questo gene avrebbe 2 probabilità su 1000 di ammalarsi invece del consueto 1 per 1000, ma può nella realtà non ammalarsi mai. Soltanto nel 50 % dei malati di Alzheimer si trova la proteina ApoE4, e non tutti coloro che hanno tale proteina presentano la malattia.

In un numero estremamente limitato di famiglie (alcune decine in tutto il mondo), la malattia di Alzheimer si presenta col carattere di malattia genetica dominante. I membri di tali famiglie possono ereditare da uno dei genitori la parte di DNA (struttura genetica) che causa la malattia. Mediamente, la metà dei figli di un genitore malato erediterà la malattia, che in questo caso avrà un esordio relativamente precoce: tra i 35 e i 60 anni.

Le famiglie coinvolte nella cura di un malato di Alzheimer vivono una condizione del tutto particolare. La malattia, di per sé non mortale, costringe ad una totale revisione dello stile di vita, oltre a richiedere uno sforzo non indifferente per l’assistenza adeguata al malato.

Sul territorio sono attive numerose associazioni, che affiancano pazienti e famiglie in questo difficile e doloroso percorso.


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