Intervista a Charlotte Rampling, protagonista del film L’altra metà della storia: «la mia Veronica alla scoperta di sé»

Cosa succede quanto il passato bussa alla tua porta costringendoti ad un doloroso e affascinante viaggio nella memoria? È la domanda a cui prova a rispondere L’altra metà della storia, il film di Ritesh Batra (regista de Le nostre anime di notte e Lunchbox) tratto dal bestseller di Julian Barnes Il senso di una fine, edito …

L'altra metà della storia, i protagonisti Jim Broadbent e Charlotte Rampling.
L'altra metà della storia, i protagonisti Jim Broadbent e Charlotte Rampling.
  • L'altra metà della storia, i protagonisti Jim Broadbent e Charlotte Rampling.
  • L'altra metà della storia, l'adattamento del best seller Il senso di una vita, al cinema dal 12 ottobre
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  • L'altra metà della storia, Jim Broadbent
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  • L'altra metà della storia, i protagonisti Jim Broadbent e Charlotte Rampling

Cosa succede quanto il passato bussa alla tua porta costringendoti ad un doloroso e affascinante viaggio nella memoria? È la domanda a cui prova a rispondere L’altra metà della storia, il film di Ritesh Batra (regista de Le nostre anime di notte e Lunchbox) tratto dal bestseller di Julian Barnes Il senso di una fine, edito in Italia da Einaudi.

L'altra metà della storia
Locandina del film L'altra metà della storia
A dare il volto ai protagonisti di questo adattamento, al cinema dal 12 ottobre con Bim Distribuzione, sono il Premio Oscar Jim Broadbent, il premio Coppa Volpi Charlotte Rampling, l’amatissima Michelle Dockery di Downton Abbey, Harriet Walter ed Emily Mortimer.

La storia è quella del tranquillo pensionato Tony Webster (Jim Broadbent), divorziato e solitario, che vede la sua vita travolta dalle volontà testamentarie della madre della ragazza con cui usciva ai tempi dell’università, Veronica (Freya Mavor). La donna gli ha lasciato il diario tenuto dal suo migliore amico dell’epoca, fidanzato con Veronica dopo la loro rottura. Nel tentativo di recuperarlo dalle mani di una Veronica ormai anziana (Charlotte Rampling) ma sempre volitiva ed enigmatica, Webster rivive i ricordi di gioventù, dal primo amore alla prima delusione sentimentale, passando per gli inganni, il senso di colpa e i rimpianti per quel che non è stato, ma soprattutto dovrà scavare dentro di sé per trovare il coraggio di affrontare le conseguenze delle scelte di tanti anni prima e scoprire “l’altra metà della storia”.

In occasione dell’arrivo del film nelle sale italiane, abbiamo raggiunto Charlotte Rampling per parlare del suo ruolo, delle difficoltà di un adattamento per il grande schermo di un romanzo che indaga su temi come la memoria e il ricordo affrontandoli in modo filosofico, dell’esperienza sul set col regista Batra. L’attrice britannica, premiata proprio quest’anno con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile al Festival di Venezia 2017 per il film Hannah e due anni fa con l’Orso d’argento per la migliore attrice al Festival di Berlino con 45 anni di Andrew Haigh, si cimenta qui in un ruolo che è un grande viaggio alla scoperta di sé.

Com’è il personaggio di Veronica? È davvero così misterioso come Tony crede?

Veronica non è così misteriosa, semplicemente vive secondo il suo modo di pensare, secondo le sue regole sociali, non vuole per forza piacere agli altri, si comporta come pensa sia giusto fare. È una donna determinata e ha un’idea ben definita della sua individualità.

Come pensi che Tony veda Veronica?

Penso che Tony non abbia un’idea precisa su chi sia Veronica e forse è proprio questo il motivo che impedisce loro di avere una relazione… Veronica non è necessariamente un mistero, ma lo è certamente per un uomo come Tony.

Come descriveresti il film e la storia?

È una storia sulla scoperta di alcuni lati di sé, con cui forse non si ha mai la possibilità di entrare in contatto. Ciò accade quando certe cose riemergono all’improvviso dal passato, come nel caso della lettera e fanno riaffiorare una serie di eventi che forse non erano molto importanti prima di quel momento.

Perché Veronica tiene la lettera scritta da Tony, che l’aveva ferita tanto profondamente?

Credo che conserviamo molte cose perché vogliamo continuare a ricordarle, per questo motivo Veronica ha tenuto la lettera, anche se il suo contenuto è abbastanza sconcertante… è un modo per tenere vivo qualcosa. Semplicemente non vuole che tutto scompaia, che venga dimenticato. Se perdoni una persona diventa quasi necessario possedere una prova di ciò che è veramente accaduto, per ricordare di cosa l’hai perdonata… è molto utile.

Perché pensi che Veronica abbia ancora un certo potere su Tony?

Credo che fantastichiamo molto sul nostro primo amore e associamo quella fantasia alla persona, anche se ciò che a distanza di anni ci sembra meraviglioso non è sempre la persona, ma il momento in cui per la prima volta abbiamo conosciuto, capito e provato il sentimento d’amore. Nel ricordo quella persona ci sembra migliore di quello che poteva essere nella realtà. Poi Tony, innocentemente, vuole provare a riportare in vita quel sentimento nei confronti di quella persona, perché è un po’ disorientato di fronte a lei, così enigmatica. Credo che lei abbia un potere su di lui perché Tony non riesce veramente a capire, non capisce perché lei reagisce in un certo modo. Quando non capiamo qualcosa possiamo sentirci in ansia e passare molto tempo a cercare di risolvere il mistero. Veronica tuttavia non si comporta in quel modo per qualche motivo, per avere potere su un uomo o sulla gente, è soltanto il suo modo di essere e non le interessa tanto quello che gli altri potrebbero pensare.

Hai un’idea di quello che potrebbe essere accaduto a Veronica dall’ultima volta che ha visto Tony?

Penso che ognuno si costruisca in testa una storia su quello che potrebbe essere accaduto, anche perché Julian Barnes, nel libro Il senso di una fine da cui è tratto il film, non ci dà nessun suggerimento. Sta a noi ricreare la storia.

Hai letto il libro?

L’ho letto la prima volta quando è uscito e ho pensato che fosse una storia intrigante. Non avrei mai pensato che ne avrebbero fatto un film e sono rimasta affascinata subito dal progetto. Ho letto la sceneggiatura e ho pensato che fosse bella come il libro. Non credo che in generale la sceneggiatura – di un film tratto da un libro – debba essere per forza fedele al libro, basta che abbia il suo stesso sapore.

Questo non è un libro facile da trasporre sullo schermo…

No, perché è un libro filosofico, sulla ricerca delle tracce della memoria, sul tentativo di comprensione di come accadono le cose, di come percepiamo questi avvenimenti più tardi e di come possiamo fare i conti con i diversi intrecci della nostra vita. Ma sento che il modo in cui Nick Payne e Ritesh Batra hanno strutturato la sceneggiatura sicuramente attrarrà lo spettatore.

Cosa ti ha attirato subito di questo progetto?

Tutto quello che hai detto: prima di tutto la sceneggiatura, poi il libro, che ho letto una seconda volta. Poi ho apprezzato anche la presenza di Jim Broadbent, che in quel momento era già nel cast, e la regia di Ritesh Batra, di cui avevo visto Lunchbox. Mi intrigava l’insieme di tutti questi elementi, anche quando è arrivato il resto del cast: era come se si sentisse proprio pulsare il cuore di qualcosa che stava nascendo.

Com’è stato lavorare con Ritesh Batra?

Capisci che Ritesh ottiene delle performance fantastiche dagli attori perché tiene profondamente a loro e se ne prende cura. Riesce a dedicare molto tempo agli attori e a parlare e confrontarsi sul ruolo che interpreti, ti dà tutto quello che vuoi. Ti concede poi molto tempo per le riprese e vuole essere sicuro che si riesca a vivere al meglio ogni momento: non sembra stressato dalle tempistiche del set. Sembra seguire perfettamente i suoi piani e quindi sa che ha tempo a sufficienza per stare con i suoi attori ed essere sicuro che si stia davvero esplorando a fondo il personaggio in ogni singola scena.


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